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DON VALDIR JOSE DE CASTRO
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L’esperienza armonica delle quattro dimensioni tradizionali (le “ruote”), tutte colorate dalla spiritualità specifica, nel rispetto dei vari livelli, è la vita paolina vissuta in pienezza, la felicità di una vita realizzata, la santità: la santità paolina.

Dire “santità” quindi è per noi uguale a dire integralità, cioè, una vita che vive con “passione” il carisma, lo contagia con la testimonianza e lo comunica con tutti i linguaggi e le forme della comunicazione. E se la santità è integralità, logicamente l’ostacolo più grosso è la frammentazione della vita, cioè, vivere la vita a modo di compartimenti stagni.

Tenendo conto dell’esperienza del Fondatore, raccontata in Abundantes divitiae, possiamo descrivere così la struttura delle quattro dimensioni, che è la stessa dell’itinerario da lui percorso: a) fare qualcosa per il Signore e per gli uomini del nuovo secolo, b) necessità di prepararsi, c) scrittori, tecnici e propagandisti sì, ma religiosi e religiose, d) solo con una soda pietà si può reggere la vita e la missione dell’apostolo:

1) Si parte dall’“apostolato”, la missione, la nostra ragione di essere, come lo è della Chiesa: siamo nati per evangelizzare. Questo è il nostro fine, e tutto il resto deve essere finalizzato ad esso.

2) Una missione così sublime e difficile, esige lo “studio”, una preparazione adeguata, che per noi non può essere solo teologica e spirituale, ma anche mediatica; una formazione che non finisce mai, deve essere permanente.

3) Con la “maggior luce” del Fondatore nel 1910, per garantire la vita santa, l’unione, la dedizione totale, la gratuità, e l’unità, la stabilità, la continuità, la soprannaturalità dell’apostolato (cf. AD 23-24), diventa condizione indispensabile la vita religiosa: consacrazione e vita di comunione (sintetizzate nel termine “povertà”).

4) Nulla di questo è possibile senza la preghiera, senza una vita di profonda intimità con Dio, quello che Don Alberione chiamava “pietà”, che è molto più che una serie di preghiere vocali che spesso non riescono a metterci in contatto con Dio.

Quindi, non è importante il lavoro in sé, ma la missione; non contano i titoli di studio in sé, ma la preparazione per la missione; non conta una vita religiosa, anche “perfetta”, chiusa in se stessa, ma una consegna totale di se, insieme agli altri, per la missione; non serve una preghiera pur profonda, ma intimista, fine a se stessa, ma la preghiera fonte di vita per la missione.

Quindi per noi è impensabile una santità fatta solo di preghiera, senza uno sforzo di formazione e di povertà (consegna integrale di se stesso) e senza una proiezione effettiva d’impegno apostolico; è impensabile una santità consistente in una attività frenetica, se non nasce da una profonda vita spirituale, e senza la necessaria solidarietà e collaborazione richiesta dalla missione; ed è impensabile una santità fatta di grandi conoscenze e grandi approfondimenti, se non sono animati da una intensa vita di preghiera e finalizzati alla missione; come sarebbe impensabile una santità fatta di una vita comune perfetta, in comunità apparentemente esemplari, ma sterili dal punto di vista apostolico e missionario.

L’ideale di santità pensato da Don Alberione si avvera anzitutto nella pietà biblica ed eucaristica, fondamento di tutta la formazione, della vita consacrata in comunione, e di tutta l’attività. Essa pone il Paolino a contatto con il Maestro divino vivente nella Parola e nell’Eucaristia, che progressivamente lo fa “diventare conforme all’immagine del Figlio di Dio”. Di qui la necessità di intensa preghiera, non fatta solo di pratiche, ma come atteggiamento che permea tutta la giornata. Da sottolineare la “visita eucaristica” come scuola privilegiata dove il discepolo impara direttamente dal Maestro divino, e senza la quale, secondo l’affermazione del Fondatore, “la vita paolina non si sostiene” (cf. UPS II pp. 104-111).

La spiritualità, che da senso, colore a tutto ciò che si fa, che porta alla felicità di una vita realizzata, è l’esperienza armonica delle quattro dimensioni, nel rispetto dei vari livelli, è la vita paolina vissuta in pienezza. È la santità paolina.


Don José Antonio Perez, sacerdote paolino espagnol, è membro del Centro Internazionale  Spiritualità Paolina

La sezione "In Dialogo" vuole essere uno spazio di formazione, dialogo e interazione tra i membri della Famiglia Paolina di tutto il mondo. Invitiamo, quindi, tutti voi a commentare gli articoli qui pubblicati e anche, per chi se la sente, a inviare un testo da pubblicare. Questi contributi saranno sempre benvenuti per arricchire il nostro... dialogo!

 

Mi piace aprire questo nuovo anno su un orizzonte luminoso dell’apostolato biblico paolino, forse sconosciuto ai più, riguardante la “nostra” Bibbia per la Cina che, nel 2019, compie 20 anni di vita.

Sull’intero territorio cinese esistono tre sole Bibbie cattoliche: la Bibbia Francescana (Sigao Shengjing) che ha visto la luce tra il 1961 e il 1968 grazie alla dedizione del beato Gabriele Maria Allegra, ofm (1907-1976); la nostra Bibbia Pastorale (Muling Shengjing), pubblicata nel 1999 grazie al lavoro del biblista francese padre Bernard Hurault (1924-2004)  e al finanziamento completo della SoBiCaIn che vide coinvolti tutti i Governi Generali della Famiglia Paolina; la Bibbia di Gerusalemme (Yelusalens Shenjing), pubblicata all’inizio del 2000 grazie alla spinta del vescovo di Shangai Jun Luxian (1916-2013).

Se la Bibbia Francescana è apprezzata per la traduzione ma non per le note (redatte prima del Concilio Vaticano II e non più riviste) e se la Bibbia di Gerusalemme non riesce a prendere piede nel territorio cinese, la nostra Bibbia (affine alla Bibbia Latino-Americana) è stimata per la pastoralità dei commenti e si attesta come la Bibbia cattolica capillarmente più diffusa nelle comunità cristiane di Cina.

Come ha potuto una Bibbia raggiungere, in Cina, un diffuso reale di 800 mila copie, con una ulteriore richiesta di stampa di 50 mila? Chi ne assicura la diffusione? Un gruppo di 28 donne, coordinate dalla sig.ra Cao Xue, linguista cinese che, insieme a Bernardo Hurault, seguì il lavoro di traduzione. Queste missionarie itineranti raggiungono i luoghi più remoti della Cina, privilegiando le parrocchie più povere, la gente più semplice e organizzando corsi di introduzione alla Bibbia e sessioni formative di più giorni, formando la gente alla lettura e alla preghiera con la Parola. Come il primo nucleo della comunità cristiana di Filippi, queste donne, piene di slancio e competenza, assicurano l’incontro tra la Parola di Dio e la vita della gente,vivendo della loro missione e affrontando viaggi estenuanti e condizioni di vita esigenti.

In un recente incontro, avvenuto lo scorso 27 dicembre a Madrid, la sig.ra Cao Xue raccontava di un medico della Manciuria che, entusiasta della nostra edizione della Bibbia, ad ogni paziente che si reca da lui ne raccomanda la lettura, sottolineando che uno spirito illuminato dalla Parola di Dio rende più efficaci le cure su un corpo segnato dalla malattia.

In questi vent’anni la SoBiCaIn, finanziando in toto (e a fondo perduto) la stampa delle Bibbie, ha sostenuto (e continua a farlo) il coraggioso lavoro di queste missionarie contribuendo alla corsa della Parola ai confini del mondo.  

 

*Giacomo Perego, sacerdote paolino italiano, è il Coordinatore internazionale del Centro Biblico San Paolo.

 

Il periodo dell’Avvento siamo abituati a viverlo con questi tre movimenti: commemorare la prima venuta del nostro Salvatore; preparare la sua seconda e definitiva venuta al Giudizio Universale; e incontrarlo nella sua venuta intermedia nella Parola e nell’Eucaristia e nei diversi eventi e circostanze della nostra vita.

Ma è possibile anche che non abbiamo davvero “visto” né “sperimentato” la prima venuta di Gesù pur celebrandolo ogni anno. Allora, se non abbiamo accolto la prima venuta di Gesù, come è possibile celebrare la sua venuta intermedia in preparazione alla sua seconda e definitiva venuta? Chiediamoci: il nostro ultimo Natale ha apportato alcuni cambiamenti qualitativi nella nostra vita che hanno migliorato il tenore della nostra vita? Realizziamo la nostra vocazione di essere apostoli comunicatori come protagonisti della cultura dell’incontro con gli altri, sia personale che in rete, particolarmente ascoltando i veri bisogni dei nostri interlocutori? Per la nostra casa comune stiamo dando il nostro piccolo contributo per non inquinare l’ambiente con la nostra mentalità dello scarto, per non sprecare le nostre risorse idriche ed energetiche nelle nostre case e comunità? Essere contenti del poco e non del superfluo? Oppure siamo diventati voraci consumatori di oggetti e persino delle fake news o mezze verità?

«Maranathà», «Vieni, Signore Gesù»: ha maggiore senso per noi, mentre ci prepariamo per la prima venuta del Signore nella nostra vita, se a partire dal più intimo del nostro essere, lo desideriamo come se il Signore non fosse ancora arrivato. Possa egli venire nella nostra mente, chiedendo a Gesù-Verità di illuminare e purificare quella parte che non è nel disegno di Dio. «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). Tuttavia, quando finalmente arrivò la luce, «gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie» (Gv 3,19). Che la nostra mente sia umile e aperta alla novità che l’Emmanuele ci offre.

Supplichiamo Gesù-Vita di santificare il nostro cuore, i nostri desideri, i nostri sentimenti, come aveva promesso molto tempo fa attraverso il suo profeta: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36,26). Che il nostro cuore si svuoti del nostro “Io” perché il Bambino Gesù diventi il proprio centro.

Chiediamo a Gesù-Via la stessa buona volontà che Egli ha manifestato nella sua relazione col Padre: «Io non posso far nulla da me stessoperché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 5,30). Che la nostra volontà non sia più la nostra, ma di Gesù tutt’intera.

Come Maria ha custodito e meditato nel suo cuore i misteri di Dio che si dispiegavano davanti ai suoi stessi occhi, anche noi, con la nostra Madre Maria e san Giuseppe, possiamo camminare nella luce e nella grazia del Signore mentre continuiamo la nostra preparazione immediata al Natale.  Possa il Bambino Gesù, nella mangiatoia del nostro cuore, parlarci dolcemente: «Beati voi che ascoltate la mia parola e la mettete in pratica».

Come era già stato profetizzato molto tempo fa, anche noi vogliamo far parte con vivo desiderio di quel «popolo che camminava nelle tenebre e vide una grande luce Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace» (Is 9,1.5).

A tutte e a tutti un augurio di pace e di misericordia dal Bambino Gesù!

Senza dubbio il Natale di ventiquattro ore non ci basta per riprendere la passione e il sapore di questa realtà. Ci vuole molto tempo per riprendere il gusto al dialogo, allo scambio, alla condivisione, per cambiare il clima pesante di conflitti a grande dimensione e di conflitti a piccola caratura, magari persino in famiglia, in comunità, oltre che sul posto di lavoro e nella lotta politica.

Con il Natale non celebriamo solo la nascita di Gesù. Celebriamo anche la nostra nascita a una vita nuova, la nostra conversione e il nostro rinnovamento. Per sanare qualcosa si può cominciare da questo Natale e prolungarlo per tutto l’anno. Si può cominciare, cioè, dopo essere stati abbagliati dalle tante luci, dopo essere stati soffocati dai tanti doni, spesso inutili, dopo essere stati storditi dai tanti spot pubblicitari che hanno fatto passare in secondo piano i tanti bollettini di guerra e di catastrofi, si può riprendere quell'esercizio semplice e umano del parlarsi, del comprendersi, dello stare assieme con gusto e senza fretta. Insomma abbiamo bisogno non solo della festa, ma della fede di questa festa. E di costruire di qui un nuovo sistema di vita. Un Natale permanente che conduce alla novità.

Per questo è importante cominciare l'anno nuovo con una volontà di rinnovamento. L'anno nuovo è un tempo aperto, un tempo pieno di possibilità nuove perché è un tempo che ci viene offerto come grazia e salvezza. In mezzo alla nostalgia di un anno che se ne va e l'incertezza di un anno nuovo che comincia, tutti intuiamo che siamo nati per vivere qualcosa di più grande, pieno, totale e vero che andiamo scoprendo anno dopo anno.

Per questo è bene domandarsi che cosa ci porta questo Natale e cosa portiamo nel nuovo anno. Se si pensa a un anno dedicato a fare cose, assicurare il nostro piccolo benessere, accumulare egoismo, nervosismo e tensione, o viceversa un anno nel quale imparare a essere più umani, amando con più attenzione e dedizione. In queste giornate sarà importante decidere quanto tempo dedicheremo al silenzio, all'interiorità, al riposo, all'amicizia, alla preghiera, all'incontro con Dio. In definitiva ci domandiamo che cosa chiediamo realmente a quest'anno, a chi dedicheremo il tempo più prezioso e importante. La celebrazione del Natale e l'inizio di un anno nuovo possono essere un impulso rinnovatore della nostra vita.

 

Roma, 24 dicembre 2018
Don Vito Fracchiolla

Siamo giunti al termine del 2018. Immersi nella routine di tutti i giorni, spesso non ci accorgiamo del tempo che passa. Abbiamo la sensazione che nella nostra vita accadano solo cose ripetitive. Tuttavia, sono sicuro che lungo il corso di questo anno sono successe molte cose buone che hanno riempito la tua vita di significato. Tanti compleanni, giubilei, professioni, ordinazioni, feste, persone che hai conosciuto o rincontrato. Ad ogni modo, se facciamo uno sforzo di memoria, ricorderemo sicuramente molti momenti forti e felici.

La medesima cosa vale per la liturgia e l’esperienza di fede. Lungo l’anno liturgico, a volte abbiamo la sensazione di vivere come una routine, una ripetizione di riti e formule. Molte persone dicono di non andare in chiesa perché è qualcosa di monotono o “noioso”. Una cosa è certa, se la messa o la preghiera è triste o fastidiosa, qualcosa non va... sia nella celebrazione o nella vita personale. Se non riesco a trovare un significato nella liturgia, probabilmente non sono in grado di vivere pienamente la sua ricchezza, non riesco a interpretarne i simboli, non arrivo a penetrare la sua bellezza. A volte è bene fermarci per riflettere se stiamo vivendo la nostra fede in modo serio e profondo.

Questo è qualcosa che accade spesso, ma che non può durare per sempre. La fede è dinamica perché è piena di vita. L’incontro con Cristo non può lasciarci indifferenti. Ci provoca, ci riempie di energia. Arrivare alla fine dell’anno liturgico e iniziare un nuovo ciclo dovrebbe farci uscire dalla routine, progettare qualcosa di nuovo, darci nuove motivazioni. Questo è ciò che è implicito nell’intenzione di preghiera di papa Francesco per il mese di dicembre. Quando chiede di pregare «perché le persone impegnate nel servizio della trasmissione della fede trovino un linguaggio adatto all’oggi, nel dialogo con le culture», sta dicendo che i cristiani devono cercare costantemente nuovi modi di vivere, di trasmettere la loro fede e la grande verità che ricevono dal Vangelo, capace di riempie la loro vita di gioia.

Questa intenzione del Papa riflette un bisogno urgente, specialmente nella missione paolina. Siamo in mezzo a una rivoluzione epocale, provocata dalle tecnologie e dai linguaggi digitali. Stiamo assistendo alla nascita di una nuova generazione, caratterizzata da molti “nativi digitali”. L’ultimo Sinodo dei Vescovi sui giovani ha riflettuto a lungo su questo tema e in particolare sul nuovo linguaggio usato da questa generazione (cfr. Documento finale, nn. 21-24.52.133.145-146). I bambini, adolescenti e giovani usano una nuova “grammatica”, che è quella della comunicazione digitale. Vivono in un nuovo ecosistema, un nuovo “ambiente”. Ecco perché è dovere della Chiesa di cambiare il linguaggio per parlare la lingua appropriata al presente e così poter trasmettere a questa generazione la bellezza della fede e della liturgia.

Cambiare il linguaggio non significa cambiare il contenuto, sia chiaro. Gli Apostoli prima, i Padri della Chiesa in seguito e molti altri dopo, come i missionari nel periodo delle grandi scoperte, hanno tradotto il messaggio evangelico nelle nuove culture utilizzando nuovi simboli, nuove parole e nuove formulazioni per la trasmissione del contenuto che è per sempre. Lo stesso deve essere fatto da ognuno di noi oggi nell’ambiente e nella cultura della comunicazione digitale.

Questa inculturazione nel nuovo ambiente socio-comunicativo è possibile solo attraverso il dialogo e l’incontro. In tanti documenti e dichiarazioni il Papa insiste sul tema della cultura dell’incontro, perché questo è l’unico modo per annunciare Cristo nel mondo odierno. Il dialogo ci fa uscire da noi stessi, della nostra auto-referenzialità, e ci apre all’ascolto delle esigenze del prossimo (e del lontano, cioè di coloro che vivono nelle periferie, insiste il Papa). È con questa sfida e con questa motivazione che iniziamo un nuovo anno liturgico, grazie all’Avvento. Durante questa preparazione per un nuovo Natale, ognuno di noi possa riflettere su come contribuire per annunciare Cristo in maniera nuova e rinnovata, con un nuovo linguaggio, in modo vivace e dinamico, come merita il Vangelo.

Buon Avvento a tutti!

 

* Fr. Darlei Zanon, Consigliere generale.

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