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DON VALDIR JOSE DE CASTRO
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«Quello che faccio è “prestare ascolto” a me stessa, agli altri, al mondo. Ascolto molto intensamente, con tutto il mio essere, e cerco di tendere il mio orecchio fin nel cuore delle cose». Queste parole di Etty Hillesum (Diario 1941-1942) descrivono un atteggiamento dell’animo umano, quello dell’ascolto, una qualità non sempre rintracciabile ai giorni d’oggi, necessaria però per vivere le relazioni. Un ascolto totale quando è rivolto al mondo, agli altri, a me stesso e, aggiungiamo, al Cristo.

Il Vangelo di Marco mentre riporta l’episodio della Trasfigurazione di Gesù, non dimentica di fissare le parole del Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato, ascoltatelo!» (9,7). In effetti, se ci pensiamo bene, la vita del battezzato è un dar concretezza a queste parole, è “prestare ascolto”. Tacere, ma ancor più ascoltare permette a chi mi è prossimo di palare, comunicare, manifestarsi… e per noi Famiglia Paolina di stare alla scuola del Maestro Divino. Solamente tendendo “il mio orecchio fin nel cuore delle cose” divento discepolo e apostolo, perché l’evangelizzazione, così necessaria, è questione di familiarità, di vita che comunica ciò che ha toccato e ascoltato.

Di questo ascolto intenso, di cui parla E. Hillesum, c’è necessità anche nelle relazioni tra generazioni, tra adulti e giovani. Ce lo ricorda il Sinodo dei Vescovi sui giovani, che terminerà la prossima domenica (28 ottobre) solennità di Gesù Divin Maestro, ribadendo la necessità di ascoltare i loro interrogativi, il desiderio di maggiore partecipazione, il loro modo di seguire Gesù… Ma ascoltare i giovani è per noi Paolini il modo tramite il quale impariamo a vivere nella cultura digitale. Stare allo loro scuola e abitare anche questi nuovi linguaggi comunicativi ci permette di testimoniare oggi la “vita nuova” cristiana. Questa vicinanza con i giovani, che può diventare comunione con loro, è un segno di speranza. I giovani cioè non sono semplici destinatari di ciò che facciamo, e non sono solo persone che porteranno avanti le nostre opere (almeno qualcuno), ma coloro che condividono con noi ciò per cui il Signore ci ha chiamati. È tempo di ascoltare il Maestro e i giovani.

 

Il recente pubblico riconoscimento e la solenne proclamazione della santità di Paolo VI, nato a Concesio, Diocesi di Brescia, il 26 settembre 1897 e deceduto nel palazzo apostolico di Castel Gandolfo (Roma), il 6 agosto 1978, riguarda essenzialmente l’intera compagine ecclesiale e, in essa, la nostra Famiglia religiosa, segnatamente la Società San Paolo. Queste righe non intendono tracciare un profilo anche minimo della figura e dell’opera di Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI, per cui rimando alle recenti nostre pubblicazioni a firma di Rino Fisichella, di Leonardo  Sapienza e, alla Biografia Storica e Spirituale di Giselda Adornato. Mi limiterò semplicemente ad esporre, senza alcuna pretesa, qualche dato che, a mio avviso, si riveli utile ad illuminare il singolare rapporto venutosi a creare nel tempo tra Giovanni Battista Montini che divenne papa con il nome di Paolo, il sesto nella serie dei Pontefici Romani e Don Alberione, nella speranza che qualche giovane Confratello decida di investigare a livello “scientifico” tale rapporto di indubbio interesse per la nostra Congregazione, ma non solo!

Mon. Montini e Don Alberione

Tale singolare rapporto è stato propiziato dall’eccezionale ambiente culturale nel quale si è formato il giovane prete bresciano attratto dal pensiero filosofico e teologico dei grandi pensatori francesi, ma prima ancora è stato favorito dall’ ambiente famigliare in cui crebbe il futuro Pontefice. Il Padre, Giorgio Montini, (1860-1943), esponente di primo piano del cattolicesimo “popolare” lombardo e poi deputato del partito Popolare, dal 1911 e per trenta anni fu Direttore del giornale “Il Cittadino di Brescia” che lo stesso Paolo VI così descrisse:” un modesto ma ardimentoso quotidiano di provincia […] una splendida e coraggiosa missione al servizio della verità, della democrazia, del progresso; del bene pubblico, in una parola” (Cit. G. Adornato, p.16). Sono parole che dicono il fermo convincimento del valore della “stampa” al servizio delle cause le più alte e le più nobili; parole che si possono accostare a quelle pronunziate ripetutamente da Don Alberione fin dagli inizi della sua straordinaria impresa apostolica. Più tardi, da giovane minutante della Segreteria di Stato, intuì le potenzialità della Radio, appena “inventata” da Guglielmo Marconi e prontamente introdotta in Vaticano da papa Pio XI. Non sorprende, di conseguenza, l’immediato interessamento e apprezzamento di Mons. Montini per “l’apostolato Paolino” e per lo stesso Don Alberione a partire dagli anni del suo lungo soggiorno “romano”. Un apprezzamento plasticamente reso dalla foto che lo ritrae, nel 1952, accanto allo stesso Don Alberione, ai Religiosi e agli aspiranti paolini del vocazionario di Roma mentre osserva compiaciuto le nuove macchine del reparto Offset. Un segno evidente della crescente stima e comunione di intenti apostolici è documentato dall’agenda che riporta i selezionati incontri di Montini nei primi giorni del suo arrivo a Milano quale Arcivescovo della Diocesi Ambrosiana (6.1.1954-21.6.1963) e tra i quali spicca il nome del nostro Fondatore.

Papa Paolo VI e Don Alberione

Il primo incontro tra il nostro Fondatore e il Papa avvenne il 22 agosto 1963 presso l’allora casa di cura per i Religiosi “Regina Apostolorum” di Albano  nella quale era ricoverata la Prima Maestra delle Figlie di San Paolo. Ad esso sono succeduti due significativi contatti epistolari rispettivamente inviati il primo l’11 marzo 1964 in occasione dell'80° compleanno di Don Alberione e il secondo il 29 giugno 1967 in occasione del 60° anniversario della sua Ordinazione sacerdotale. Nel primo messaggio, scritto secondo i canoni protocollari della Curia Romana, si intravede nitidamente la “mente” del Papa il quale, dopo aver lodato Don Alberione per la molteplicità delle sue opere “per la gloria del Vangelo”, così a lui si rivolge: "Imbevuto dello Spirito di San Paolo Apostolo, con magnifico ardimento […], ti adoperi per sottomettere al soave governo del Maestro Divino e a servizio della verità salutifera i mezzi tecnici che il mondo moderno produce” (Cit. da G.Barbero, Il Sacerdote Giacomo Alberione. Un uomo-un’idea, Roma 1991, p. 865). Ma è nell’udienza concessa il 28 giugno 1969 ai Membri del Capitolo straordinario della nostra Congregazione, che Paolo VI compie gesti e pronuncia parole che esprimono in maniera del tutto inaspettata il riconoscimento al più alto livello dell’impresa apostolica di Don Alberione e la venerazione e personale ammirazione per lui. Nessuno come Paolo VI, intenzionato a capire senza pregiudizi o affrettare condanne il mondo in cui si trovava a vivere, ha compreso il nostro “apostolato” come autentica necessaria “predicazione” del Vangelo all’uomo di oggi; così nessuno come Paolo VI ha tracciato con parole ispirate il più sintetico, efficace, veritiero profilo biografico del nostro Fondatore e la natura “apostolica” della sua opera, indicando con ciò, alle generazioni di Paolini, la via da percorrere in fedeltà allo spirito del carisma da Lui trasmesso alla Chiesa. E’ bene riascoltarle ancora: "Eccolo: umile,silenzioso,instancabile, sempre vigile, sempre raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera […], sempre intento a scrutare i “segni dei tempi”, cioè le più geniali forme di arrivare alle anime, il nostro Don Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi, nuovo mezzi per dare vigore e ampiezza all’apostolato, nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo e con mezzi moderni” (Cit da G. Barbero, p. 899).

Rimane, infine, scolpita per sempre nella storia della nostra Congregazione da trasmettere come preziosa eredità alle giovani generazioni di Paolini, l’ora drammatica dell’agonia e della morte di Don Alberione avvenuta il 26 Novembre 1971. Sappiamo che per tutta quella giornata il Papa visse in apprensione e volle essere continuamente informato sulle condizioni di Don Alberione finché prese la decisione di recarsi di persona a salutarlo e a benedirlo. La documentazione fotografica di quella visita, di fatto silenziosa, dice la partecipazione sincera del Papa alla sofferenza dell’Amico e la gratitudine Sua e della Chiesa per un riconosciuto “apostolo” dei nostri tempi. Il suo ingresso nel corridoio che portava alle stanze di Don Alberione, il suo girare attorno lo sguardo con stupore per la povertà dell’alloggio, quel suo mettersi in ginocchio sul pavimento accanto al letto del Morente e l’autografo recante con la firma e la data, il suo motto episcopale: "In nomine Domini”, sono gesti rivelatori dell’ umanità e della nobiltà d’animo di Paolo VI e racchiudono il “mistero” dell’intera esistenza di due Uomini che, alla scuola dell’Apostolo, hanno amato di amore esclusivo il Signore Gesù Cristo e la Chiesa, Suo Corpo, consacrati alla diffusione del Vangelo con la testimonianza di vita, con “la parola della predicazione” nelle multiformi possibilità di “comunicazione” messe a disposizione dall’ingegno dell’uomo.


*Alberto Fusi, sacerdote paolino italiano, è il Procuratore Generale.

Nel discorso di apertura del Sinodo dedicato ai giovani, Papa Francesco, riprendendo un significativo passaggio del profeta Gioele (3,1), ha ribadito i tesori nascosti nello scambio tra generazioni, per poi affidare alla nostra preghiera e alla nostra responsabilità un invito: «Impegniamoci nel cercare di “frequentare il futuro”, e di far uscire da questo Sinodo non solo un documento – che generalmente viene letto da pochi e criticato da molti –, ma soprattutto propositi pastorali concreti, in grado di realizzare il compito del Sinodo stesso, ossia quello di far germogliare sognisuscitare profezie e visionifar fiorire speranzestimolare fiduciafasciare feriteintrecciare relazionirisuscitare un’alba di speranzaimparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani, e ispiri ai giovani – a tutti i giovani, nessuno escluso – la visione di un futuro ricolmo della gioia del Vangelo».

Anche il Centro Biblico offre un piccolo contributo alle riflessioni delle comunità cristiane durante l’assise sinodale, proponendo brevi video di 15 minuti sui grandi educatori della storia biblica: il teaser del programma è disponibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=tQ8r8V-kHXw&feature=youtu.be

Quali sono, all’interno della storia biblica, gli educatori scelti? Da Mosé che prepara alla missione il giovane Giosuè, a Samuele che educa Davide a leggere la storia con gli occhi di Dio; da Davide che trasmette al figlio Salomone le indicazioni per una vita illuminata dalla sapienza, a Barnaba che coinvolge Saulo e lo forma attraverso la fiducia e la condivisione; dall’apostolo Paolo che accompagna i primi passi di Timoteo affidandogli missioni delicatissime, ai primi responsabili delle comunità chiamati a formare chiese complesse e inquiete.

I video saranno trasmessi su www.cnplay.it. Alla prima Serie se ne aggiungerà una seconda sulle grandi donne bibliche educatrici: da Rachele, madre che sa cogliere in Giacobbe il custode della promessa, alla vedova di Sarepta che non si limita ad accogliere Elia, ma con la sua obbedienza lo plasma; da Maria di Magdala che stimola la comunità a un’esperienza nuova nell’orizzonte di quel primo giorno dopo il sabato, a Maria, madre di Gesù, formatrice di una comunità cristiana tentata dalla divisione e dall’assenza di memoria; da Lidia che, insieme a Paolo, delinea i tratti della chiesa domestica, ad Aquila e Priscilla, coppia di sposi che, in momenti difficili, rilancia il ministero dell’Apostolo in orizzonti nuovi. Volti di educatori e di educatrici che dicono la fecondità del dialogo e del confronto tra generazioni.

Come ha espresso molto bene Papa Francesco, «l’accumularsi delle esperienze umane, lungo la storia, è il tesoro più prezioso e affidabile che le generazioni ereditano l’una dall’altra. Senza scordare mai la rivelazione divina, che illumina e dà senso alla storia e alla nostra esistenza».

*Giacomo Perego, sacerdote paolino italiano, è il Coordinatore internazionale del Centro Biblico San Paolo.

 

 

En el marco del Sínodo de los Obispos, que tiene como tema: “Los jóvenes, la fe y el discernimiento vocacional”, Pablo VI será canonizado este 14 de octubre junto a un interesante grupo de beatos, entre los que destacan Mons. Óscar Romero, mártir y reflejo del Buen Pastor entre el Pueblo latinoamericano; Ignacia Nazaria March Meza, ferviente misionera también en América Latina; y el joven italiano Nunzio Sulprizio, propuesto como modelo juvenil en este Sínodo.

¿Qué podría decirnos el papa Montini a nosotros los Paulinos? ¿Qué cualidades, entre tantas, podrían ser de vital importancia para nuestra misión particular? Para responder a estas interrogantes, me atrevo a decir que nos encontramos ante un “Papa Comunicador”, con cualidades que pueden impulsar nuestro modo de ser paulinos. Aquí propongo cuatro cualidades presentes en él: la universalidad, la sinodalidad, la gestualidad y la humildad.

  • Comunicador universal: Montini, a los pocos años de ministerio pastoral, fue llamado a entregar su vida en la diplomacia vaticana, entre libros, documentos y tratados; sin embargo, ello no sepultó su corazón pastoral, sino que lo ayudó a abrirse a una visión más universal de la Iglesia. Desde esa universalidad, Pablo VI aprendió a abrir los brazos a todos: pastores, consagrados, laicos, jóvenes y niños, a todos los cristianos, creyentes y no creyentes: a los hombres y mujeres de buena voluntad. Para ello hizo uso de los medios de su tiempo: los viajes por los cinco continentes (él fue el primer Papa peregrino), los medios audiovisuales y escritos (radio, TV, documentos, exhortaciones, encíclicas, etc.), además de crear espacios de diálogo y encuentro como los sínodos, jornadas de oración, etc. 
  • Comunicador sinodal: No podemos comprender la misión de Pablo VI en solitario, como si se tratase de un caudillo; junto a él nos encontramos con una gran nube de testigos que lo acompañaron en su ministerio petrino y hoy son venerados por la Iglesia: hombres y mujeres de Dios, como Albino Luciani, Karol Wojtyla (sus futuros sucesores), Oscar Romero, Enrique Angelelli, Eduardo Pironio, nuestro amado Santiago Alberione, Josemaría Escrivá, Teresa de Calcuta, Chiara Lubich, Giorgio La Pira (Pastores, religiosos y laicos, ¡Toda la Iglesia!). Los espacios creados por iniciativa de Montini siempre han sido de diálogo, de trabajo en conjunto, “santidad en red”. Quizá por ello, fue el Papa que mejor comprendió la obra de Alberione, volviéndose “puente” entre Dios y los hombres, entre la Iglesia y la humanidad. Hoy, tan en boga, al menos en la Argentina, la noción de sinodalidad, se torna urgente en el camino paulino, desde su formación, la necesidad de trabajar verdaderamente en conjunto, como cuerpo apostólico, superando barreras. 
  • Comunicador a través de los gestos: en estos tiempos donde más que las palabras, abundan las imágenes y videos, bien podemos echar un vistazo al pontificado de Pablo VI abrazando al Patriarca Atenágoras (retomando el camino de la unidad entre los cristianos), encontrándose con el arzobispo de Canterbury (en el mismo camino de unidad), su presencia profética en la ONU, el besar el suelo de las naciones que visitaba, cada vez que aterrizaba; el estar presente entre obreros, entre los niños… ¡El hermoso gesto de visitar a nuestro Primer Maestro en su lecho de muerte! Sin duda, un gesto vale más que mil palabras, que mil publicaciones. 
  • Comunicador humilde: Con todo lo vivido y realizado en sus quince años de pontificado, a Pablo VI se lo ha recordado poco y venerado menos. No ha sido un santo milagrero (tampoco lo es san Pablo ni Alberione) y el romper barreras le trajo consigo muchos detractores. Nunca se defendió, le huyó a la autorreferencialidad; quizá por eso nunca lo identificamos como el “Papa peregrino”, como el gestor de numerosas iniciativas que hoy usamos para nuestro beneficio. Ante la tempestad que le tocó sortear, su respuesta sanamente optimista la podemos leer en cartas y exhortaciones como Evangelii Nuntiandi y Gaudete in Domino.

Todo ha sido hecho “In nomine Domini” (En el nombre del Señor, como reza su lema papal).

Que la intercesión de Pablo VI y Santiago Alberione, ambos unidos por estrecha amistad y amor a la Iglesia, nos ayude a ser verdaderos comunicadores en el nombre del Señor. Universalidad, gestualidad, sinodalidad y humildad: para comunicadores-apóstoles, siempre discípulos, siempre adelante.


* José Miguel Villaverde Salazar é clérigo temporal de la Provicia Argentina-Chile-Paraguay.

Aunque la Sociedad de San Pablo sea, segundo el Derecho canónico, un instituto clerical, en la congregación, desde sus inicios, no había distinción entre sacerdotes y discípulos. Todos, al estilo de Pablo de Tarso y según las instrucciones del P. Alberione, se llamaban hermanos, porque lo que nos hace paulinos es la consagración a Dios por medio de los votos y la misión. Los hermanos mayores o los que vivieron con el Fundador pudieron experimentar la mentalidad, las costumbres y los modos de vivir que se daba entonces entre discípulos y sacerdotes.

El paulino en cuanto bautizado y en virtud de su consagración religiosa posee y debe vivir una dimensión profética: “…la misión de la Buena Prensa es parte de la misión sacerdotal, (…) es preciso un corazón, un alma sacerdotal, pues se trata de apostolado eminentemente sacerdotal” (Unión Cooperadores de la Buena Prensa. 1921, en la primavera paulina, p. 143s). A partir del Vaticano II, la Iglesia y la teología insisten en esta idea: el sacerdocio ministerial está al servicio del sacerdocio común. “Aunque su diferencia es esencial y no sólo de grado, están ordenados el uno al otro; ambos, en efecto, participan, cada uno a su manera, del único sacerdocio de Cristo” (Lumen Gentium, N°. 10).

¿En qué sentido? Mientras el sacerdocio común de los fieles se realiza en el desarrollo de la gracia bautismal (vida de fe, de esperanza y de caridad, vida según el Espíritu), el sacerdocio ministerial está al servicio del sacerdocio común, en orden al desarrollo de la gracia bautismal de todos los cristianos (LG, N°. 10b). Hay entre ellos “reciproca necesidad” (LG, N°. 32c) pero no puede uno absorber o anular al otro. No se debe endurecer la distinción entre los dos sacerdocios, pues se daría una idea falsa de la estructura de la Iglesia; en cuanto al sacerdocio común, no se reduce a un culto individual, está emparentado muy de cerca con el ejercicio de una mediación ejercida por el sacerdocio ministerial. “Incorporados a Cristo por el bautismo, integrados al pueblo de Dios y hechos partícipes, a su modo, de la función sacerdotal, profética y real de Cristo...” (LG, N° 31a; CIC, N°. 783-786.). Es Cristo, por tanto, quien hace a este pueblo partícipe de sus funciones de sacerdote, profeta y rey. El laico pasa a ocupar un lugar preeminente.

A favor de una participación activa en los poderes de la Iglesia, los padres subrayan la triple dignidad de los laicos. San Macario de Egipto lo dice: “el cristianismo no tiene nada de mediocre, es un gran misterio. Medita sobre tu propia nobleza… Mediante la unción, todos se convierten en reyes, sacerdotes y profetas de los misterios celestes”. Por consiguiente, “los miembros de la Sociedad de San Pablo, sacerdotes y discípulos, profesan los mismos votos religiosos (…); se rigen por las mismas normas; participan de los mismos beneficios espirituales y tienen derechos y deberes comunes, salvo los provenientes de las órdenes sagradas” (Constituciones e directorio, art. 4). Es por ese motivo por el que nuestra congregación tiene una comprensión específica de la complementariedad; es decir, el sacerdote está unido al discípulo.


*Reinaldo Palencia è junior de la Región Venezuela

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