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DON VALDIR JOSE DE CASTRO
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La mestizia di novembre c’invita a pensare e suffragare i morti. Il cielo è nuvoloso, gli alberi spogliati e la terra ricoperta delle loro foglie. Freddo e melanconico, il vento soffia attraverso queste rovine. Niente sorride; tutto sembra piangere. La Chiesa sceglie questo momento per farci ricordare e pregare per i nostri defunti. Essa infatti fin dal principio pregò per i suoi figli trapassati: cantava salmi, recitava preghiere, offriva la Santa Messa per riposo delle loro anime ma anche per impegnare i fedeli viventi a compiere con la maggiore cura e fervore il grande dovere della preghiera per i morti, ordinato dalla cristiana carità.

Anche il nostro Fondatore Beato Giacomo Alberione ci invita a non dimenticarci di loro, specialmente delle anime del Purgatorio. Oltre alla Coroncina alle anime del Purgatorio che lui stesso ha voluto inserire tra le devozioni settimanali della Famiglia Paolina, don Alberione ha scritto un libro espressamente dedicato a questo tema. Esso si intitola “Per i nostri cari defunti”, considerazioni e pratiche per il mese dei defunti. In esso il Fondatore ci invita: “L’amicizia, la giustizia, l’interesse ci obbligano dunque a pregare per le anime del Purgatorio. Diamo loro largamente; grandi sono i loro bisogni, e noi siamo tanto potenti per suffragarle, mentre esse sono incapaci di farlo. Noi abbiamo dei tesori fra le mani, e basta aprire queste per effondere quelli. Oh, sì, preghiamo molto per le anime del Purgatorio! Ogni preghiera, soprattutto se è arricchita d’indulgenze, ogni buona opera fatta per esse diminuisce l’intensità dei loro dolori, abbrevia la durata delle loro pene, anticipando la loro liberazione”.

«Tutto ciò che si offre a Dio per carità ai morti, si cambia in merito per noi, e dopo morte ne ritroviamo il centuplo», dice S. Ambrogio nel suo libro degli Offici. Si può dire che il sentimento della Chiesa, dei suoi Dottori e dei suoi Santi, può esprimersi con questa sola frase: Quanto fate per i morti lo fate nel modo più eccellente per voi stessi. La ragione ne è che questa opera di misericordia vi sarà resa al centuplo, nel giorno in cui voi stessi sarete nel bisogno.

Il Santo Curato d’Ars diceva ad un Ecclesiastico che lo consultava: «Oh, se si sapesse quanto grande è il potere delle buone anime del Purgatorio sul Cuore di Dio! e se bene si conoscessero tutte le grazie che per loro intercessione possiamo ottenere, non sarebbero tanto dimenticate! Bisogna per esse pregar molto, onde esse molto preghino per noi!».

La beneficenza verso i defunti è contraccambiata e ricompensata da ogni sorta di grazie, la cui sorgente è la riconoscenza delle anime e quella di Gesù Cristo, che considera come fatto a se stesso il bene che si fa alle anime. Sembra dunque importante e “salutare” non dimenticare che la carità ai defunti è utile anche ai vivi.

 

* Tomasz Lubas è l'Economo generale della Società San Paolo.

 

A máxima de Karl Rahner, segundo a qual “o cristão do futuro, ou será místico ou não será cristão”, continua valendo para os nossos dias. Aliás, nada mais urgente em uma sociedade tão marcada pelo barulho, a pressa, a angústia e o profundo desejo de reconhecimento.

O padre Tiago Alberione percebeu, desde cedo, a necessidade e a urgência de se cultivar uma vida espiritual profunda e elevada. Ele sabia, contudo, que para alcançar essa proeza, eram necessárias pelo menos três atitudes: dedicar tempo à oração, aprender a lidar com o sofrimento nutrir convicções claras.

Quanto tempo dedicamos à oração?Ninguém se torna místico sem disciplina interior. O padre Alberione estava convicto disso. Para ele, mais importante que realizar grandes projetos é colocar Deus em primeiro lugar. Neste sentido, se a oração não antecede o apostolado, toda a comunicação torna-se vazia e superficial. Afinal, pode alguém comunicar Deus aos outros quando não recorre à sua intimidade?

A mística de Alberione, por assim dizer, é marcada pela cotidianidade e tem raízes na compaixão pela dor do mundo. Por isso, ele diz: “Pela fé vemos todos como pessoas, às quais somos devedores da verdade, da edificação e da oração. Pela fé vemos como Jesus Cristo amou a todos, com preferência aos mais necessitados, aos pecadores, aos que sofrem”.

Como lidamos com o sofrimento? O primeiro passo para se criar intimidade com o Mestre é reconhecer a própria finitude. Em outras palavras, aquele que reconhece suas fragilidades, limites e “insuficiência” diante de Deus está apto a percorrer o caminho vida espiritual. No dizer do próprio padre Alberione, “saber sofrer é verdadeira arte, aliás, a arte mais importante da vida. É preciso aprendê-la e praticá-la”. 

A pequenez e a humildade abrem-nos as portas para a vida mística e capacitam-nos para lidar com os sofrimentos e contrariedades da vida. Assim, Alberione reconhece que, “é missão reservada a pessoas selecionadas manifestar, até mesmo no sofrimento, um cristianismo e uma vida segundo Deus, como fonte de alegria”.

Somos protagonistas de nossas escolhas?Em mundo marcado pela efemeridade e as muitas opções de vida precisamos estar cientes de nossas próprias convicções e, inclusive, do caminho que desejamos trilhar. Esta, no entanto, nunca foi uma tarefa fácil. Além da oração incessante e da escuta interior, a busca exige constância e discernimento. 

Alberione desejava comunicadores audazes para sua missão. Para tanto, sempre os alertava para os riscos de ‘ser mais um’ no fluxo da multidão: “É necessário orientar a todos para agir à luz da consciência, por convicção, na presença de Deus. É necessário formar pessoas de personalidade forte e decidida, fundada sobre convicções profundas e capazes de concretizar essas convicções”. 

O exemplo do fundador da Família Paulina nos leva a crer que, quanto maior a nossa intimidade com o Pai, maior a capacidade de lidar com a dor e o sofrimento. Quanto mais profícua a nossa espiritualidade, mais sólidas e profundas serão as nossas convicções diante da vida.

 

*Francisco Galvão é junior da Província Brasil.

Il recente pubblico riconoscimento e la solenne proclamazione della santità di Paolo VI, nato a Concesio, Diocesi di Brescia, il 26 settembre 1897 e deceduto nel palazzo apostolico di Castel Gandolfo (Roma), il 6 agosto 1978, riguarda essenzialmente l’intera compagine ecclesiale e, in essa, la nostra Famiglia religiosa, segnatamente la Società San Paolo. Queste righe non intendono tracciare un profilo anche minimo della figura e dell’opera di Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI, per cui rimando alle recenti nostre pubblicazioni a firma di Rino Fisichella, di Leonardo  Sapienza e, alla Biografia Storica e Spirituale di Giselda Adornato. Mi limiterò semplicemente ad esporre, senza alcuna pretesa, qualche dato che, a mio avviso, si riveli utile ad illuminare il singolare rapporto venutosi a creare nel tempo tra Giovanni Battista Montini che divenne papa con il nome di Paolo, il sesto nella serie dei Pontefici Romani e Don Alberione, nella speranza che qualche giovane Confratello decida di investigare a livello “scientifico” tale rapporto di indubbio interesse per la nostra Congregazione, ma non solo!

Mon. Montini e Don Alberione

Tale singolare rapporto è stato propiziato dall’eccezionale ambiente culturale nel quale si è formato il giovane prete bresciano attratto dal pensiero filosofico e teologico dei grandi pensatori francesi, ma prima ancora è stato favorito dall’ ambiente famigliare in cui crebbe il futuro Pontefice. Il Padre, Giorgio Montini, (1860-1943), esponente di primo piano del cattolicesimo “popolare” lombardo e poi deputato del partito Popolare, dal 1911 e per trenta anni fu Direttore del giornale “Il Cittadino di Brescia” che lo stesso Paolo VI così descrisse:” un modesto ma ardimentoso quotidiano di provincia […] una splendida e coraggiosa missione al servizio della verità, della democrazia, del progresso; del bene pubblico, in una parola” (Cit. G. Adornato, p.16). Sono parole che dicono il fermo convincimento del valore della “stampa” al servizio delle cause le più alte e le più nobili; parole che si possono accostare a quelle pronunziate ripetutamente da Don Alberione fin dagli inizi della sua straordinaria impresa apostolica. Più tardi, da giovane minutante della Segreteria di Stato, intuì le potenzialità della Radio, appena “inventata” da Guglielmo Marconi e prontamente introdotta in Vaticano da papa Pio XI. Non sorprende, di conseguenza, l’immediato interessamento e apprezzamento di Mons. Montini per “l’apostolato Paolino” e per lo stesso Don Alberione a partire dagli anni del suo lungo soggiorno “romano”. Un apprezzamento plasticamente reso dalla foto che lo ritrae, nel 1952, accanto allo stesso Don Alberione, ai Religiosi e agli aspiranti paolini del vocazionario di Roma mentre osserva compiaciuto le nuove macchine del reparto Offset. Un segno evidente della crescente stima e comunione di intenti apostolici è documentato dall’agenda che riporta i selezionati incontri di Montini nei primi giorni del suo arrivo a Milano quale Arcivescovo della Diocesi Ambrosiana (6.1.1954-21.6.1963) e tra i quali spicca il nome del nostro Fondatore.

Papa Paolo VI e Don Alberione

Il primo incontro tra il nostro Fondatore e il Papa avvenne il 22 agosto 1963 presso l’allora casa di cura per i Religiosi “Regina Apostolorum” di Albano  nella quale era ricoverata la Prima Maestra delle Figlie di San Paolo. Ad esso sono succeduti due significativi contatti epistolari rispettivamente inviati il primo l’11 marzo 1964 in occasione dell'80° compleanno di Don Alberione e il secondo il 29 giugno 1967 in occasione del 60° anniversario della sua Ordinazione sacerdotale. Nel primo messaggio, scritto secondo i canoni protocollari della Curia Romana, si intravede nitidamente la “mente” del Papa il quale, dopo aver lodato Don Alberione per la molteplicità delle sue opere “per la gloria del Vangelo”, così a lui si rivolge: "Imbevuto dello Spirito di San Paolo Apostolo, con magnifico ardimento […], ti adoperi per sottomettere al soave governo del Maestro Divino e a servizio della verità salutifera i mezzi tecnici che il mondo moderno produce” (Cit. da G.Barbero, Il Sacerdote Giacomo Alberione. Un uomo-un’idea, Roma 1991, p. 865). Ma è nell’udienza concessa il 28 giugno 1969 ai Membri del Capitolo straordinario della nostra Congregazione, che Paolo VI compie gesti e pronuncia parole che esprimono in maniera del tutto inaspettata il riconoscimento al più alto livello dell’impresa apostolica di Don Alberione e la venerazione e personale ammirazione per lui. Nessuno come Paolo VI, intenzionato a capire senza pregiudizi o affrettare condanne il mondo in cui si trovava a vivere, ha compreso il nostro “apostolato” come autentica necessaria “predicazione” del Vangelo all’uomo di oggi; così nessuno come Paolo VI ha tracciato con parole ispirate il più sintetico, efficace, veritiero profilo biografico del nostro Fondatore e la natura “apostolica” della sua opera, indicando con ciò, alle generazioni di Paolini, la via da percorrere in fedeltà allo spirito del carisma da Lui trasmesso alla Chiesa. E’ bene riascoltarle ancora: "Eccolo: umile,silenzioso,instancabile, sempre vigile, sempre raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera […], sempre intento a scrutare i “segni dei tempi”, cioè le più geniali forme di arrivare alle anime, il nostro Don Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi, nuovo mezzi per dare vigore e ampiezza all’apostolato, nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo e con mezzi moderni” (Cit da G. Barbero, p. 899).

Rimane, infine, scolpita per sempre nella storia della nostra Congregazione da trasmettere come preziosa eredità alle giovani generazioni di Paolini, l’ora drammatica dell’agonia e della morte di Don Alberione avvenuta il 26 Novembre 1971. Sappiamo che per tutta quella giornata il Papa visse in apprensione e volle essere continuamente informato sulle condizioni di Don Alberione finché prese la decisione di recarsi di persona a salutarlo e a benedirlo. La documentazione fotografica di quella visita, di fatto silenziosa, dice la partecipazione sincera del Papa alla sofferenza dell’Amico e la gratitudine Sua e della Chiesa per un riconosciuto “apostolo” dei nostri tempi. Il suo ingresso nel corridoio che portava alle stanze di Don Alberione, il suo girare attorno lo sguardo con stupore per la povertà dell’alloggio, quel suo mettersi in ginocchio sul pavimento accanto al letto del Morente e l’autografo recante con la firma e la data, il suo motto episcopale: "In nomine Domini”, sono gesti rivelatori dell’ umanità e della nobiltà d’animo di Paolo VI e racchiudono il “mistero” dell’intera esistenza di due Uomini che, alla scuola dell’Apostolo, hanno amato di amore esclusivo il Signore Gesù Cristo e la Chiesa, Suo Corpo, consacrati alla diffusione del Vangelo con la testimonianza di vita, con “la parola della predicazione” nelle multiformi possibilità di “comunicazione” messe a disposizione dall’ingegno dell’uomo.


*Alberto Fusi, sacerdote paolino italiano, è il Procuratore Generale.

«Quello che faccio è “prestare ascolto” a me stessa, agli altri, al mondo. Ascolto molto intensamente, con tutto il mio essere, e cerco di tendere il mio orecchio fin nel cuore delle cose». Queste parole di Etty Hillesum (Diario 1941-1942) descrivono un atteggiamento dell’animo umano, quello dell’ascolto, una qualità non sempre rintracciabile ai giorni d’oggi, necessaria però per vivere le relazioni. Un ascolto totale quando è rivolto al mondo, agli altri, a me stesso e, aggiungiamo, al Cristo.

Il Vangelo di Marco mentre riporta l’episodio della Trasfigurazione di Gesù, non dimentica di fissare le parole del Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato, ascoltatelo!» (9,7). In effetti, se ci pensiamo bene, la vita del battezzato è un dar concretezza a queste parole, è “prestare ascolto”. Tacere, ma ancor più ascoltare permette a chi mi è prossimo di palare, comunicare, manifestarsi… e per noi Famiglia Paolina di stare alla scuola del Maestro Divino. Solamente tendendo “il mio orecchio fin nel cuore delle cose” divento discepolo e apostolo, perché l’evangelizzazione, così necessaria, è questione di familiarità, di vita che comunica ciò che ha toccato e ascoltato.

Di questo ascolto intenso, di cui parla E. Hillesum, c’è necessità anche nelle relazioni tra generazioni, tra adulti e giovani. Ce lo ricorda il Sinodo dei Vescovi sui giovani, che terminerà la prossima domenica (28 ottobre) solennità di Gesù Divin Maestro, ribadendo la necessità di ascoltare i loro interrogativi, il desiderio di maggiore partecipazione, il loro modo di seguire Gesù… Ma ascoltare i giovani è per noi Paolini il modo tramite il quale impariamo a vivere nella cultura digitale. Stare allo loro scuola e abitare anche questi nuovi linguaggi comunicativi ci permette di testimoniare oggi la “vita nuova” cristiana. Questa vicinanza con i giovani, che può diventare comunione con loro, è un segno di speranza. I giovani cioè non sono semplici destinatari di ciò che facciamo, e non sono solo persone che porteranno avanti le nostre opere (almeno qualcuno), ma coloro che condividono con noi ciò per cui il Signore ci ha chiamati. È tempo di ascoltare il Maestro e i giovani.

 

En el marco del Sínodo de los Obispos, que tiene como tema: “Los jóvenes, la fe y el discernimiento vocacional”, Pablo VI será canonizado este 14 de octubre junto a un interesante grupo de beatos, entre los que destacan Mons. Óscar Romero, mártir y reflejo del Buen Pastor entre el Pueblo latinoamericano; Ignacia Nazaria March Meza, ferviente misionera también en América Latina; y el joven italiano Nunzio Sulprizio, propuesto como modelo juvenil en este Sínodo.

¿Qué podría decirnos el papa Montini a nosotros los Paulinos? ¿Qué cualidades, entre tantas, podrían ser de vital importancia para nuestra misión particular? Para responder a estas interrogantes, me atrevo a decir que nos encontramos ante un “Papa Comunicador”, con cualidades que pueden impulsar nuestro modo de ser paulinos. Aquí propongo cuatro cualidades presentes en él: la universalidad, la sinodalidad, la gestualidad y la humildad.

  • Comunicador universal: Montini, a los pocos años de ministerio pastoral, fue llamado a entregar su vida en la diplomacia vaticana, entre libros, documentos y tratados; sin embargo, ello no sepultó su corazón pastoral, sino que lo ayudó a abrirse a una visión más universal de la Iglesia. Desde esa universalidad, Pablo VI aprendió a abrir los brazos a todos: pastores, consagrados, laicos, jóvenes y niños, a todos los cristianos, creyentes y no creyentes: a los hombres y mujeres de buena voluntad. Para ello hizo uso de los medios de su tiempo: los viajes por los cinco continentes (él fue el primer Papa peregrino), los medios audiovisuales y escritos (radio, TV, documentos, exhortaciones, encíclicas, etc.), además de crear espacios de diálogo y encuentro como los sínodos, jornadas de oración, etc. 
  • Comunicador sinodal: No podemos comprender la misión de Pablo VI en solitario, como si se tratase de un caudillo; junto a él nos encontramos con una gran nube de testigos que lo acompañaron en su ministerio petrino y hoy son venerados por la Iglesia: hombres y mujeres de Dios, como Albino Luciani, Karol Wojtyla (sus futuros sucesores), Oscar Romero, Enrique Angelelli, Eduardo Pironio, nuestro amado Santiago Alberione, Josemaría Escrivá, Teresa de Calcuta, Chiara Lubich, Giorgio La Pira (Pastores, religiosos y laicos, ¡Toda la Iglesia!). Los espacios creados por iniciativa de Montini siempre han sido de diálogo, de trabajo en conjunto, “santidad en red”. Quizá por ello, fue el Papa que mejor comprendió la obra de Alberione, volviéndose “puente” entre Dios y los hombres, entre la Iglesia y la humanidad. Hoy, tan en boga, al menos en la Argentina, la noción de sinodalidad, se torna urgente en el camino paulino, desde su formación, la necesidad de trabajar verdaderamente en conjunto, como cuerpo apostólico, superando barreras. 
  • Comunicador a través de los gestos: en estos tiempos donde más que las palabras, abundan las imágenes y videos, bien podemos echar un vistazo al pontificado de Pablo VI abrazando al Patriarca Atenágoras (retomando el camino de la unidad entre los cristianos), encontrándose con el arzobispo de Canterbury (en el mismo camino de unidad), su presencia profética en la ONU, el besar el suelo de las naciones que visitaba, cada vez que aterrizaba; el estar presente entre obreros, entre los niños… ¡El hermoso gesto de visitar a nuestro Primer Maestro en su lecho de muerte! Sin duda, un gesto vale más que mil palabras, que mil publicaciones. 
  • Comunicador humilde: Con todo lo vivido y realizado en sus quince años de pontificado, a Pablo VI se lo ha recordado poco y venerado menos. No ha sido un santo milagrero (tampoco lo es san Pablo ni Alberione) y el romper barreras le trajo consigo muchos detractores. Nunca se defendió, le huyó a la autorreferencialidad; quizá por eso nunca lo identificamos como el “Papa peregrino”, como el gestor de numerosas iniciativas que hoy usamos para nuestro beneficio. Ante la tempestad que le tocó sortear, su respuesta sanamente optimista la podemos leer en cartas y exhortaciones como Evangelii Nuntiandi y Gaudete in Domino.

Todo ha sido hecho “In nomine Domini” (En el nombre del Señor, como reza su lema papal).

Que la intercesión de Pablo VI y Santiago Alberione, ambos unidos por estrecha amistad y amor a la Iglesia, nos ayude a ser verdaderos comunicadores en el nombre del Señor. Universalidad, gestualidad, sinodalidad y humildad: para comunicadores-apóstoles, siempre discípulos, siempre adelante.


* José Miguel Villaverde Salazar é clérigo temporal de la Provicia Argentina-Chile-Paraguay.

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