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DON VALDIR JOSE DE CASTRO
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Storia

San Giuseppe non ha mai imposto la sua presenza a nessuno. Non ha detto una sola parola nella Bibbia e, come dice il Beato Giacomo Alberione, per quattordici secoli anche nella Chiesa non gli fu data molta attenzione. Fu solo nel 1474 che papa Sisto IV approvò il formulario della messa per San Giuseppe e nel 1481 introdusse la sua festa liturgica. E sebbene oggi lo Sposo di Maria sia venerato dal culto universale, lui rimane ancora discreto, non oscura la gloria di Gesù e Maria.

San Giuseppe partecipa alla vita della Famiglia Paolina in modo simile. Nel centro della nostra spiritualità e vita paolina sta il Divino Maestro, Maria Regina degli Apostoli e San Paolo, ma san Giuseppe, sempre fedele, veglia nelle vicinanze. Protegge tutta la Chiesa, ma protegge anche la vita di Gesù, quando è minacciata in noi. Furono lui e Maria a creare la scuola di Nazaret dove un tempo "Gesù cresceva in sapienza, in età e in grazia, davanti a Dio e davanti agli uomini" (Lc 2,52). Oggi, la scuola di Nazaret è iscritta nel processo di cristificazione di ogni membro della Famiglia Paolina e di ogni cristiano. San Giuseppe è anche un esempio di comunicazione – tranquilla ma efficace con Dio e suo Figlio. Ascoltava Dio e rispondeva a Lui con passione creativa non con parole, ma con azioni. I Discepoli del Divin Maestro considerano San Giuseppe come loro modello, e i membri dell'Istituto della Santa Famiglia lo onorano come esempio di uomo, marito e padre, oltre che come il protettore delle famiglie.

Scritti e discorsi del Beato Giacomo Alberione contengono molti riferimenti a San Giuseppe. Dai termini che vi troviamo, possiamo formare una litania che illustra le virtù dello Sposo di Maria, particolarmente apprezzate dal Fondatore. 

San Giuseppe, vero sposo di Maria Vergine,
padre putativo e custode di Gesù Cristo,
docile strumento nelle mani del Padre celeste,
capo della sacra Famiglia,
capo dei santi, dopo la Vergine Maria.

San Giuseppe, protettore della Sacra Famiglia,
protettore della Chiesa Universale,
protettore del Concilio Vaticano II,
protettore dei Discepoli del Divin Maestro
protettore dei morenti.

San Giuseppe, cooperatore della redenzione,
guida della Famiglia sacra,
intercessore delle famiglie, perché siano veramente cristiane,
insegnante della vera devozione a Maria Madre, Maestra e Regina,
insegnante della docilità.

San Giuseppe, modello di ogni virtù,
modello dei lavoratori,
amico dei poveri,
consolatore dei sofferenti ed emigrati.

San Giuseppe, Santo della Providenza,
Santo della volontà di Dio,
Santo degli umili,
Santo del silenzio,
Santo laborioso. 

Il beato Giacomo Alberione vede in San Giuseppe il patrono universale, l’uomo della Provvidenza, al quale ogni uomo può chiedere qualsiasi grazia. Questo per noi significa che a San Giuseppe possiamo chiedere ogni tipo di aiuto e di accompagnarci nella formazione integrale paolina.

Nella conferenza, che il Fondatore diede in data 15 marzo 1962 alla comunità delle suore pastorelle di Albano Laziale, risuonava in particolare la grazia della perseveranza. ”Che cosa chiederemo a San Giuseppe? Memoria per ricordare, intelligenza per capire; provvidenza, delicatezza di coscienza, prudenza e perseveranza per tutti coloro che han fatto i voti. Quando si fa la professione, si fa anche la firma nel registro di aver emesso i voti: lì è il biglietto del paradiso. Il biglietto si può anche perdere o stracciare, ma vi sono quelli che lo presentano pulito e bianco. Si promette il premio a chi comincia, ma si dà solo a chi persevera!”

 

* Bogusław Zeman, sacerdote paolino polacco, è il Direttore del Centro Internazionale Spiritualità Paolina

 

 

Alcuni giorni fa, il Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione ha organizzato un incontro di riflessione sulla Parola di Dio. L’obiettivo dell’incontro era triplice: valutare l’affermarsi della Domenica della Parola negli ultimi due anni; focalizzare un punto prioritario di lavoro nel servizio alla Parola; individuare vie e modalità adeguate per stimolare e aiutare le conferenze episcopali a dedicare la giusta attenzione alla Scrittura.

Ha fatto da sfondo una convinzione, già espressa da Papa Francesco nel 2015, in occasione dell’Udienza concessa ai membri della Federazione Biblica Cattolica (che proprio quest’anno celebra il suo 50° anno di vita): «La mancanza del sostegno e del vigore della Parola conduce ad un indebolimento delle comunità cristiane di antica tradizione e frena la crescita spirituale e il fervore missionario delle Chiese giovani. Noi tutti siamo responsabili se “il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere il profumo del Vangelo” (Evangelii Gaudium, 39). Pertanto, resta valido l’invito ad un particolare impegno pastorale per far emergere il posto centrale della Parola di Dio nella vita ecclesiale, favorendo l’animazione biblica dell’intera pastorale. Dobbiamo far sì che nelle abituali attività di tutte le comunità cristiane, nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti, si abbia realmente a cuore l’incontro personale con Cristo che si comunica a noi nella sua Parola, perché, come ci insegna san Girolamo, l’“ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”» (Dei Verbum, 25).

Durante l’incontro, le questioni sono state affrontate con schiettezza lasciando emergere due raccomandazioni: a) dare maggiore visibilità alla Domenica della Parola, facendo di essa un’occasione preziosa per promuovere la familiarità con la Bibbia; b) investire più energie nella formazione al fine di “guarire” l’ignoranza sulla Scrittura. Con una certa decisione è stata sottolineata la necessità di istituire corsi di formazione biblica online, accreditati e riconosciuti, che diano l’accesso a persone di diverse aree linguistiche a un primo approfondimento della Scrittura. Si è ipotizzata una piattaforma web unica, in cui sia possibile accedere ai corsi biblici nelle principali lingue (inglese, spagnolo, portoghese, francese, italiano). Si è fatto notare che alcune nostre Circoscrizioni sono già operative in questo settore (vedi http://cursos.aulasanpablo.com/) ed è risultato particolarmente apprezzato quanto viene fatto dai nostri fratelli in Colombia.

La sfida è “nostra”, il campo aperto e, per certi aspetti, ancora libero. Lo Spirito che ha spinto l’Apostolo Paolo ci ispiri le giuste scelte creative e operative.

 

*Giacomo Perego, sacerdote paolino italiano, è il Coordinatore internazionale del Centro Biblico San Paolo.

 

O carisma paulino é, essencialmente, dinâmico, moderno e, em certo sentido, encantador. Quando uma moça ou um rapaz, sob o fascínio da comunicação, ingressa em alguma de nossas comunidades seus olhos brilham e sua presença, cheia de contentamento interior, esbanja entusiasmo por onde passa. Todavia, por quanto tempo cada um é capaz de cultivar essa alegria e leveza de espírito?

Embora não exista uma receita pronta para a felicidade, tampouco para a vida espiritual, é importante considerar que, sem o consolo da escuta, da disciplina e do sentido de humor, dificilmente acharemos paz dentro da escolha que fizemos.

A escuta é a porta de acesso ao silêncio de Deus. Ela nos coloca face a face com o nosso eu interior e nos reconcilia com nossos afetos, dores e inquietudes mais profundas. Sem a escuta, nos perdemos de nós mesmos e esquecemos aquilo que é essencial em nossa busca. No contexto da vida conectada, escutar com inteireza de coração tornou-se uma espécie de batalha, da qual muitos saem perdendo. Com efeito, em meio a tanto barulho e infinitas conexões, o silêncio tornou-se um bem raríssimo, cada dia mais escasso. Fala-se excessivamente, dentro e fora das redes. A escuta quase não tem espaço nas relações interpessoais. Todos têm ânsia de contar suas aventuras, mas, no fundo, ninguém se ouve. O silêncio, dizia Henri Nouwen, “é a disciplina que nos ajuda a ir além da qualidade de entretenimento de nossa vida”.

Ouvir a opinião dos pais, dos amigos e dos formadores pode ser uma experiência relativamente fácil, o difícil mesmo é escutar a própria voz interior e, no mais profundo silêncio, discernir “o que significa a vontade de Deus para minha vida?”. Tal proeza, diga-se de passagem, só é possível pela via da disciplina, pois, como dizia Thomas Merton, “desejar uma vida espiritual é, assim, desejar disciplina. De outro modo, o nosso desejo é uma ilusão”. De fato, a disciplina interior é o caminho mais propício à maturidade e à liberdade de espírito. Entretanto, adverte Merton “o nosso ascetismo não nos deveria tornar espiritualmente rígidos, embora flexíveis, porque rigidez e liberdade não se conciliam”. Quando nos falta aquela dose diária de disciplina espiritual, aos poucos, a nossa vocação vai se esvaziando em meio à pressa e, em vez de produzir frutos de harmonia e de paz, passa a ser um peso (para nós e para os outros). Decerto, quando isso acontece, a vida religiosa já perdeu o seu encanto e a sua alegria há muito tempo.

As Sagradas Escrituras nos recordam que “coração alegre ajuda a sarar, mas espírito abatido seca os ossos” (Pr 17,22). A alegria e a leveza são frutos da vida espiritual. Quanto maior a nossa capacidade de conexão com nós mesmos, maior o nosso grau de contentamento diante da existência.  Uma pessoa jubilosa, bem-humorada e autoirônica, segundo o Papa Francisco, “consegue ser amável, mesmo nas situações difíceis. É alguém que sabe ser paciente nas tribulações e não se rende ao desespero, ainda que tudo pareça perdido. Quanto bem nos faz uma boa dose de são humorismo!”.

Que este Ano Vocacional da Família Paulina – inspirado nas palavras do Apóstolo Paulo “Reaviva o dom de Deus” (2Tm 1,6) – seja um tempo favorável à autodescoberta e ao cultivo espiritual. Que, em meio às exigências da missão, nunca nos faltem o sentido de humor e a leveza de espírito, pois, como dizia o Padre Alberione, “a quem encontrou o sentido verdadeiro e concreto da vida é fácil estar alegre”.

 

* Francisco Galvão é júnior da Província Brasil.

La Quaresima, com’ è noto, ha lo scopo di preparare i Fedeli a celebrare l’annuale solennità della Pasqua del Signore da cui “è scaturita per tutto il genere umano la salvezza” dispensata, a quanti credono nel Vangelo, attraverso i Sacramenti cosiddetti dell’Iniziazione Cristiana la cui “porta d’ingresso” è il Battesimo. Di qui discende la natura battesimale della Quaresima e la conseguente dimensione penitenziale per il recupero della grazia compromessa dal ritorno volontario sotto il dominio del peccato. Nell’intento di offrire un contributo che possa accompagnarci nel cammino quaresimale oramai imminente, penso di muovermi nella linea biblico-liturgico-sacramentale prestando attenzione alla preghiera con cui la Chiesa avvia la Quaresima. Si tratta dell’orazione colletta della prima domenica di Quaresima, appartenente alla tradizione liturgica propriamente “romana” risalente al VI-VII sec. e di cui propongo una traduzione quasi letterale dell’originale in lingua latina: “Concedi a noi, Dio onnipotente, attraverso l’annuale pratica del sacramento  della Quaresima, di progredire nell’intelligenza del mistero di Cristo e di conformarci, con una degna condotta di vita, a ciò che quel mistero opera in noi”. L’ orazione si poggia sull’invocazione iniziale diretta a Dio da cui fa dipendere sia la pratica annuale della Quaresima designata come sacramento, sia le finalità, quella di progredire nell’intelligenza del mistero di Cristo e della conformazione con una degna condotta di vita, a ciò che quel mistero opera.

 Il “sacramento” della Quaresima

Il termine “sacramento”, in riferimento alla Quaresima, va inteso non nel senso tecnico del Settenario, ma in quello più ampio per indicare un evento nel quale si manifesta e si realizza il disegno salvifico di Dio in Cristo. Qui il riferimento è al racconto evangelico della tentazione di Gesù da leggere in continuità con quello del battesimo al Giordano dove la Voce lo proclama quale Figlio, quello suo, l’unico, quello amato sul quale scende e si posa lo Spirito che, subito, lo spinge quasi a forza nel deserto, per quaranta giorni, senza altro cibo che la Scrittura per essere sottoposto alla tentazione che riguarda essenzialmente il suo rapporto filiale con il Padre. La Chiesa ha compreso tale evento come il prototipo fondativo del “sacramento quaresimale” e della sua peculiarepratica annuale” (nell’originale in lingua latina: annua exercitia) che lo caratterizza. Il termine exercitium, di evidente provenienza dal mondo militare, fa pensare all’osservanza quaresimale come ad un prolungato “addestramento” al fine di preparare i Fedeli, rinati come “figli” nell’acqua del Battesimo, ad affrontare efficacemente la tentazione, ovvero, il combattimento contro lo Spirito del male e poter così progredire nell’intelligenza del mistero di Cristo e nella conformazione, con una degna condotta di vita, a ciò che esso opera. Gli exercitia da praticare costantemente nel deserto di questo mondo, consistono essenzialmente nel digiuno e nel prolungato ascolto della Parola di Dio. Il digiuno dai cibi e dai piaceri mondani, va vissuto come progressiva rinuncia a ciò di cui si alimenta l’”ego” ipertrofico insediato nel cuore di ogni uomo e che, di fatto, lo sottrae alla vitale relazione filiale con Dio e inibisce ogni giusto rapporto con il Prossimo. Così inteso, il digiuno stimola la fame, quella della Parola “che esce dalla bocca di Dio” e che, sola, può metterci al riparo dagli assalti del Nemico. La tradizione liturgico-patristica, riscontrabile facilmente nel Messale e nel libro della Liturgia delle Ore, ha integrato questi essenziali exercitia con la preghiera, quella filiale nel segreto del cuore e quella della Chiesa radunata in assemblea liturgica, e con l’ elemosina o “misericordia” . Questa si addice propriamente ai figli del Padre celeste compassionevole e misericordioso oltre ogni umana comprensione e si concretizza, alla scuola di Gesù, nel concedere il più sincero e largo perdono delle offese, nel prendersi cura del povero e dell’umiliato, cosa questa oltremodo gradita a Dio e capace di coprire la moltitudine del nostri peccati.

Il progresso nell’intelligenza del mistero di Cristo

Attraverso un simile annuale “addestramento” è possibile per i Fedeli sperare da Dio la grazia di fare un passo in avanti nell’intelligenza del mistero di Cristo, il Figlio “amato” eppure sottoposto alla tentazione che si ripresenterà in tutta la sua drammaticità al “momento fissato” (Lc 4,13), vale a dire nell’ora della sua passione e morte. Tale “intelligenza” non progredisce con la semplice “conoscenza” né a livello sentimentale o puramente emotivo, ma come reale e personale “esperienza” di Lui che ci parla nelle Scritture, ci nutre di sé nell’Eucaristia e dispensa la sua grazia nei divini misteri. Tale esperienza è decisiva per la comprensione della vera profonda identità di quanti, sottratti al potere distruttivo del peccato e rinati dall’acqua e dallo Spirito alla grazia di Figli di Dio, sono incorporati nel Corpo di Cristo che è la Chiesa. Occorre per questo mettersi alla scuola della Parola ascoltata, pregata, celebrata nel seno della Comunità ecclesiale. Guidata dallo Spirito Santo, comprende che quanto la Scrittura annunzia di Cristo e del suo mistero, è partecipato ai Credenti nella celebrazione dei Sacramenti Pasquali del Battesimo, della Cresima, dell’Eucaristia. A tale riguardo la sapienza pedagogica della Chiesa ha individuato fin dal IV sec. alcuni brani evangelici idonei ad accompagnare i Catecumeni nella progressiva consapevole partecipazione al mistero di Cristo “per la via della fede e dei sacramenti” e i Fedeli che, battezzati da neonati, avvertono l’urgenza di recuperare un autentico cammino di iniziazione cristiana, ovvero di far rifiorire, con la penitenza, la grazia battesimale offuscata dal peccato. Si tratta del brano evangelico delle prime cinque domeniche di Quaresima dell’Anno A così denominate: della Tentazione, della Trasfigurazione, della Samaritana, del Cieco nato, di Lazzaro.

La conformazione della vita al “mistero” di Cristo

Strettamente dipendente da quella ora accennata, la seconda richiesta dell’Orazione supplica il Padre onnipotente di concedere ai Fedeli di far trasparire nitidamente nella loro vita il dono di grazia ricevuto nella configurazione sacramentale a Cristo. La Chiesa, attingendo alla fonte della Parola di Dio celebrata nei divini misteri, ha sempre trasmesso, fino ad oggi, la sua fede in ordine all’effetto salvifico operato nella partecipazione sacramentale al mistero di Cristo. A tale riguardo trovo ancora illuminanti le parole di San Giovanni Crisostomo che alludono a quelle dell’Apostolo, suo Maestro: “Quando quello sente parlare di lavacro, pensa solo all’acqua; io non solo vedo quello che appare, ma anche la purificazione dell’anima per mezzo dello Spirito. Quello pensa che io abbia lavato soltanto il corpo; io invece credo che anche l’anima è diventata pura e santa e penso al sepolcro, alla risurrezione, alla santificazione, alla giustizia, alla redenzione, all’adozione, all’ eredità, al regno dei cieli, allo Spirito che mi è stato dato”. Ad esse unisco quelle di S. Ambrogio il quale confortava così quanti, tornati alla schiavitù vergognosa del peccato, rendevano opaco il dono di grazia ricevuto nel Battesimo:”La Chiesa possiede l’acqua e le lacrime: l’Acqua del Battesimo, le Lacrime della Penitenza” La grazia sacramentale del perdono, unita all’osservanza quaresimale normativa per l’intera nostra vita, è messa a nostra disposizione non solo per resistere al male che ci affascina, ma per progredire nell’intelligenza del mistero di Cristo che è il nostro “mistero” e perché risplenda sempre più sul nostro volto quello dell’uomo “celeste”, quello di Gesù!

* Don Alberto Fusi è il Procuratore generale della SSP.

Ante la pregunta que hace Dios a Caín sobre su hermano, la respuesta más inmediata fue otra pregunta “¿acaso soy yo el guardián de mi hermano?” Incluso podría haber respondido con un “¿y a mí qué mi importa dónde está o que hace mi hermano? ¡Ese no es mi problema!”.

Es bien sabido que por años hemos visto la persona de Abel como el bueno y a Caín como el malo, incluso nos atrevemos a juzgar; pero si Dios viera las ofrendas o trabajos de nuestros hermanos con buenos ojos y las nuestras no ¿qué hubiéramos hecho en su caso?

Tal vez no tomaríamos un arma para hacerlo desaparecer, pero, aún así hay otras maneras de hacerlo: ignorarlo, destruir su imagen públicamente, hablar más de sus defectos que de sus virtudes, aprovechar el momento para acabar con sus posibilidades de ser mejor, tener éxito, etc. Y después de todo esto, ¿soy mejor que Caín?

Y si nos detuviéramos a observar nuestras comunidades nos daríamos cuenta de que hemos pasado de unas constituciones pensadas según el derecho canónico de 1917, que obligaba al “súbdito” a exponer cada cosa que hacía, incluso el tener que mostrar la correspondencia antes de enviarla, a una comunidad post-conciliar Vaticano II donde cada quien debe arreglarse por su propia cuenta. Pasamos de una madre que busca controlar cada movimiento de su hijo a un no soy el guardián de mi hermano.

La comunidad no consiste sólo en ver que todos se reúnen en la capilla para rezar, quizás juntos o cada cual por su cuenta, el hecho de que nos sentemos todos a comer, incluso lo más rápido posible para salir pronto de allí, o el hecho de hacer una obra apostólica juntos. Tampoco es parecer “las comadres del barrio” que están pendientes de todos los vecinos para tener algo que decir de ellos.

En cambio, es ir más allá, preocuparnos por el bienestar del prójimo. Además, si damos un vistazo a nuestras constituciones nos encontramos con que todo está orientado al apostolado, que es eminentemente comunitario, pero si nuestra vida diaria con quienes nos movemos y desenvolvemos no va bien, no es un buen arbusto, nuestro apostolado será estéril, no dará buenos frutos; es claro.

No busquemos a Jesús sólo fuera de nuestras casas religiosas, basta con encontrarlo, en primer lugar, en ese hermano que me necesita y que está muy cerca de nosotros, y que incluso me podría incomodarnos.

Por último, recordemos las palabras de nuestro padre san Pablo: “Dios dispuso el cuerpo, dando mayor honor a los miembros que más lo necesitan, a fin de que no haya divisiones en el cuerpo, sino que todos los miembros sean mutuamente solidarios. ¿Un miembro sufre? Todos los demás sufren con él. ¿Un miembro es enaltecido? Todos los demás participan de su alegría. Ustedes son el Cuerpo de Cristo, y cada uno en particular, miembros de ese Cuerpo” (1Cor 12,24-27).

¡Felices los que van por un camino intachable, los que siguen la ley del Señor! (Cf. Sl 119,1)


* Anderson Mendoza è novizio paolino dalla regione Venezuela, attualmente in Albano per il noviziato internazionale.

 

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