Governo Generale

 
 
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DON VALDIR JOSE DE CASTRO
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Bisogna andare negli aeroporti e immergersi nelle stazioni ferroviarie per capire che cos’è l’estate. Molti concretizzano il viaggio sognato e organizzato scrupolosamente tempo addietro con la famiglia o con gli amici. Altri improvvisano la partenza, prendendo al volo l’ultima offerta. Le vacanze sono viaggi, incontri con altri luoghi e culture.

A dir il vero però non tutti possono permettersi partenze costose e perciò si accontentano di percorsi più semplici. Altri, a causa della situazione economica, rimangono a casa e fanno scelte diverse, ben consapevoli delle loro possibilità.

Penso che, sia per chi parte sia per chi rimane, ciò che è decisivo è rendersi conto che sono le relazioni a creare il vero ‘riposo’ di cui tutti abbiamo bisogno; sono le relazioni a donarci un nuovo equilibrio interiore. Incontrare persone o luoghi, culture e mondi sconosciuti, uscire, partire, condividere, accogliersi… lasciare tutto per poi ritornare, appartiene a quella cultura dell’incontro così necessaria per vivere, come spesso ci ricorda papa Francesco. Questa cultura è ciò che ci appassiona come Paolini e che, come apostoli di oggi, desideriamo incrementare con la testimonianza personale e con la nostra presenza nella rete digitale.

In tale prospettiva, allora, il nostro viaggiare può essere documentato da una foto, da un post o da qualche tweet… Non importa la quantità: può bastarne anche uno solo. La rete dà continuità a quelle relazioni personali che viviamo anche in estate, viaggiando appunto. Mentre siamo in vacanza possiamo fare un breve video e metterlo su instagram o facebook. In questo modo alimentiamo le nostre relazioni, e testimoniamo che tutto ciò che c’è di bello e vero, onesto e amabile… (Fil 4,8) è un dono da condividere. Sicuramente è quello che farebbe oggi il giovane Maggiorino Vigolungo durante le sue vacanze estive.

Todos los seres humanos nacemos con necesidades básicas. Todos estamos urgidos de alimentarnos desde el día de nuestro nacimiento, y por ello estamos en constante búsqueda de saciar nuestra hambre y sed. Ciertamente, cuando el niño viene a la luz de este mundo, lo primero que busca es el calor de su madre, el olor que emana su cuerpo; la razón es sencilla: necesita alimentarse, y el olor lo identifica con aquel ser que lo había tenido desde el vientre materno, que le dio las primeras señales de seguridad.

Con el pasar del tiempo, la creatura ya no busca el pecho de su madre para ser amantado, ya logra consumir otro tipo de alimentos, perdiendo ese sentido de “olfato-pezón”. Cabe mencionar que la alimentación dependerá luego de la que le enseñen a comer sus mayores, aquellos que tienen a cargo su educación. A menos que, por alguna razón, la persona se vea privada de consumir algún tipo alimento. La necesidad de alimentarse estará siempre presente, pero el tipo de alimento que consuma dependerá, entre otras variantes, de la educación y los condicionamientos sociales.

Algo similar pasa con la experiencia de fe, todos nacemos con hambre y sed de Dios, pero no todos tienen la experiencia de crecer en un ambiente que busca y se alimenta de Dios (Cf. Gaudium et spes 19). Ciertamente, el ambiente social nos condiciona. No obstante todo, cuando nos acercamos a Dios, nuestros hábitos cambian, nuestra forma de actuar y pensar ya no puede ser la misma; como dice la misma Escritura: “nadie puede ver a Dios y seguir viviendo” (Éxodo 33,20).  Si no hay verdadera muerte en nosotros, a los vicios, algo está pasando (Cf. Juan 12,24). Tal vez no nos estemos alimentando de la fuente correcta.

En efecto, la sed y el hambre de Dios no se agotan nunca, somos nosotros quienes libremente decidimos cambiar de alimento, hurgar entre los rincones, saciar nuestras aparentes necesidades con lo primero que se nos ofrece. No nos dejemos engañar, Dios está entre nosotros y quiere ser nuestra “vitamina”, pero somos débiles y preferimos, muchas veces, buscar “la puerta amplia” (Cf. Mateo 7,13), aquella que llena superficialmente nuestros vacíos.

La buena alimentación es permanente, no existen días sí y días no, pero en el caso de que esto suceda, los expertos recomiendan que se doble el esfuerzo por eliminar de nuestro cuerpo aquello que debilita nuestra salud física. Por tanto, si llegamos a fallar en el intento por ser mejores cristianos, debemos tomar un poco de aire y seguir adelante, pero esta vez con más atención y mayor convicción. ¡Fuerza! Dios espera por nosotros.

L’instrumentum laboris del prossimo Sinodo dei Vescovi − che, come sappiamo, si svolgerà dal 3 al 28 ottobre prossimo – dà un particolare risalto alla Parola di Dio, interpellandoci da vicino nel nostro specifico carisma. Tre i principali riferimenti.

  1. La costatazione dei fatti. Dice il testo: «Le esperienze pastorali di maggior efficacia evangelizzatrice ed educativa presentate da molte Conferenze Episcopali mettono al centro il confronto con la forza della Parola di Dio in ordine al discernimento vocazionale: lectio divina, scuole della Parola, catechesi bibliche, approfondimento della vita dei giovani presenti nella Bibbia, uso degli strumenti digitali che facilitano l’accesso alla Parola di Dio, sono pratiche di successo tra i giovani» (n. 185). Bere alla sorgente è sempre garanzia di freschezza e di qualità. Già nel lontano 20 novembre 1932, in una meditazione alle Figlie di San Paolo, don Alberione sottolineava: «la Bibbia ha in sé una forza, una spinta al bene che nessun altro libro può avere… Se gli altri libri spingono alla virtù, e quindi a chiedere grazia, la Bibbia contiene in sé la grazia perché quel Dio che è la verità è anche la grazia e, se si comunica alla mente, si comunica anche alla volontà e al cuore».
  2. Continua il documento: «Per molte Conferenze Episcopali il rinnovamento della Pastorale passa dalla sua qualificazione biblica e, per questo, chiedono al Sinodo riflessioni e proposte… Varie Conferenza Episcopali fanno notare il valore ecumenico della Bibbia, che può creare convergenze significative e progetti pastorali condivisi» (n. 185). Sappiamo quanto Papa Francesco tenga a tutto ciò, al punto da raccomandare non solo la lettura della Parola di Dio ma anche una domenica interamente dedicata ad essa: la “Domenica della Parola”. Non smettiamo di essere pionieri nell’apostolato biblico e facciamo memoria di quanto sottolineava don Alberione, ripercorrendo la nostra storia, il 25 maggio del 1961: «La prima nostra iniziativa biblica è stata compiuta nel 1921 quando abbiamo stampato la prima traduzione dei Salmi con la traduzione nuova. Questo allora era un passo notevole; prima non vi era nulla di simile. Poi abbiamo promosso la stampa di centinaia di migliaia di Vangeli…»
  3. L’orientamento per il futuro. L’Instrumentum laboris anticipa quello che sarà l’impegno per il domani: «Già Benedetto XVI, come frutto del Sinodo sulla Parola di Dio, chiedeva alla Chiesa intera di incrementare la pastorale biblica non in giustapposizione con altre forme della pastorale, ma come animazione biblica dell’intera pastorale» (n. 186). È quanto abbiamo cercato anche noi di mettere a fuoco nel “Progetto di pastorale biblica congregazionale” inviato recentemente a tutte le Circoscrizioni. Su questo don Alberione aveva idee molto chiare e tenne riflessioni particolarmente forti, come per esempio la meditazione offerta alle Figlie di San Paolo il 26 febbraio 1933: «Se non si fa la Bibbia centro dell’apostolato non lo capirete mai; è come se uno volesse avere la fonte senza avere l’acqua. Dalla Comunione potete anche essere dispensate, ma dalla Bibbia, no; quando vaneggerete, allora ne sarete dispensate. Direte che il Vangelo è difficile; no, non lo è, perché il Signore lo ha fatto proprio per la nostra testa; come ha fatto il pane per lo stomaco, così il Vangelo per la testa. Come ha fatto l’Eucarestia pane della nostra anima, così ha fatto il Vangelo che è il pane del cuore. Senza la sacra Scrittura le Figlie di San Paolo saranno sempre disorientate… Questa non è una di quelle cose che vi si dicono in blocco e poi si possono fare o non fare: dovete, dicevo, farvene una legge».

Che lo Spirito ci aiuti a essere discepoli e annunciatori appassionati della Parola.

 

* Giacomo Perego, sacerdote paolino italiano, è il superiore della comunità di Cinisello-Balsamo e Coordinatore internazionale del Centro Biblico San Paolo.

 

L’ideale del paolino è il pieno “sviluppo della personalità; naturale, soprannaturale, apostolica”, la realizzazione massima ed equilibrata di tutte le dimensioni essenziali, sintetizzate nelle “quattro ruote”, una bella ed efficace intuizione del nostro Fondatore, che ci fa percepire come siano indispensabili per noi le quattro dimensioni, e come dobbiamo viverle in sintonia affinché la vita proceda in modo equilibrato, secondo il piano di Dio, e sia efficace nella missione. Ciò che importa è la totalità, l’integralità, l’unità armonica di tutte le dimensioni.

Ma per evitare deviazioni è necessario capire bene il senso dell’immagine. Non tutte le dimensioni si trovano nello stesso livello: l’apostolato (per la missione) è il fine; lo studio (per la formazione), la povertà (consacrazione e vita di comunione fraterna) sono i mezzi, e la pietà (vita di comunione con Dio) è la forza, il motore. Per cui nessuna di esse (studio, vita religiosa, preghiera…) è fine a se stessa: sono finalizzate alla missione.

Il problema incomincia a partire della terminologia. Consultate 79 citazioni del beato Giacomo Alberione al riguardo, per la 2a e la 3a ruote, egli usa quasi sempre gli stessi termini: “studio” e “apostolato”. Per la 4a invece, oltre al termine “povertà”, che è il più comune, si trovano altri termini che mostrano la ampiezza e complessità del concetto: “vita religiosa”, “vocazioni”, “organizzazione”, “rettitudine”, “formazione umano-religiosa”, “amministrazione”, persino “ricreazione”.

Per esprimere la prima ruota utilizza invece più parole, ma non con la stessa insistenza: usa “santità” (1 sola volta, concretamente in Abundantes divitiae n. 100), “virtù” (1), “morale” (1), “vita spirituale” (2), “preghiera” (5), “spirito” (25), “pietà” (44 volte). Risulta abbastanza evidente, quindi che, persino in AD, Don Alberione si riferisce alla vita di relazione con Dio e non alla santità nel senso abituale della parola, che sarebbe piuttosto il risultato delle quattro dimensioni vissute in modo perfetto, in equilibrio e in armonia, fino “allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13).

Secondo me, l’immagine del “carro”, tanto ripetuta dal nostro Fondatore, si dovrebbe intendere in due livelli diversi. Il primo, nell’aspetto più concreto e materiale delle quattro dimensioni: tempo di preghiera, tempo per lo studio, tempo per il lavoro apostolico, tutto vissuto nel concreto della vita religiosa (voti e comunità). In questo senso le ruote devono essere in perfetto equilibrio, camminare insieme, sullo stesso piano, perché il carro proceda in modo corretto.

Ma nell’orizzonte del Fondatore c’è un altro livello, più importante, che è in realtà il fine a cui tende il livello materiale, che è la totalità, l’integralità (forse Don Alberione aveva in mente questo livello quando chiamava “santità” la prima ruota...). Le azioni materiali esprimono atteggiamenti personali più profondi e decisivi: le pratiche di pietà servono alla vita di relazione con Dio; lo studio risponde al bisogno di preparazione per essere all’altezza della missione; il lavoro di apostolato è un modo concreto di realizzare la missione affidata dalla Chiesa; la povertà esprime la donazione incondizionata e integrale delle nostre persone alla vocazione ricevuta, che si concretizza nella professione dei voti e nella vita condivisa nella comunità.

In questo senso potremmo immaginare “le ruote” come quattro elementi che stanno ai quattro angoli della base di una grande piramide: più salgono verso il vertice, più si avvicinano tra di loro, e a un certo punto si intrecciano progressivamente, fino a identificarsi, fino a diventare la stessa cosa quando arrivano al vertice… Che bello se questo vertice lo identifichiamo con “la misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13).

Vivemos em uma sociedade cada vez mais midiatizada e conectada. Além da agitação e da pressa, o nosso cotidiano é atravessado por inúmeras conexões. O espaço para o silêncio e a pausa está cada vez mais escasso. Em certo sentido, nunca estivemos tão conectados uns com os outros, mas, ao mesmo tempo, tão distantes de nossa interioridade como nos dias atuais. Nesta era de tanta interatividade, cada rosto feliz esconde um deserto no recôndito da alma.

De alguma forma, estamos sempre sendo expulsos pela pressa, embora nem sempre saibamos, ao certo, para onde estamos indo. Vivemos sempre ocupados e atarefados, embora nem sempre encontremos sentido naquilo que realizamos. Como dizia Henri Nouwen, “é raro um momento em que não tenhamos o que fazer; movemo-nos pela vida de um modo tão aturdido, que nem ao menos temos calma e sossego para imaginar se vale a pena pensar, dizer ou fazer as coisas que pensamos, dizemos ou fazemos”.

Todos os seres humanos, de um modo ou de outro, carecem de transcendência e disciplina espiritual para encontrar sentido e plenitude. O cultivo espiritual é o que nos possibilita encontrarmos inteireza em nossos sonhos e em nossas relações. Quanto mais distantes de nosso eu verdadeiro, mais fragmentados serão nossos encontros e experiências. Precisamos reencontrar o caminho de volta à nossa morada interior. Caso contrário, continuaremos reféns de nossos apegos, angústias e das falsas expectativas em relação a Deus e as pessoas.

Sem um pouco de silêncio e recolhimento, a nossa própria existência torna-se vazia de significado. Podemos até ser muito competentes naquilo que fazemos e, inclusive, ser reconhecidos pelo nosso trabalho apostólico, mas, se não fizermos as pazes com a nossa solidão mais profunda, nenhum elogio ou reconhecimento será capaz de saciar a nossa sede de infinito.

Segundo Thomas Merton, “deve haver um momento no dia em que o homem que faz planos os esqueça e aja como se não tivesse feito plano algum. Deve haver uma hora do dia em que o homem que precisa falar fique em total silêncio. E que sua mente não mais formule raciocínios e ele se pergunte: tinham algum sentido?”.

O apóstolo comunicador é chamado à universalidade aliada a uma criatividade fecunda e contínua. Para tanto, ele precisa estar sempre ligado a Cristo, a autocomunicação do Pai. A fecundidade apostólica de todo cristão depende, em todos os sentidos, dessa relação incessante de confiança e intimidade com o Mestre.

Para um comunicador, estar conectado é importante e, em certas circunstâncias, até inevitável, todavia, não podemos jamais esquecer o cuidado de nossa interioridade, pois, como afirmou o bem-aventurado Tiago Alberione, “é necessário viver de Deus para comunicar Deus”.

*Francisco Galvão é junior da Província do Brasil.

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