In Dialogo

El año 2018 fue un año especial y muy querido, celebrábamos el centenario de la muerte de nuestro joven hermano Mayorino Vigolungo (1904-1918), aspirante paulino, uno de los primeros frutos de santidad de nuestra Familia. En torno a su figura, preparamos videos, escritos, oraciones, reflexiones, etc. En este mismo año, el papa Francisco declaró Venerable a Carlos Acutis (1991-2006), otro jovencito que durante su vida se empeñó en comunicar el Evangelio sirviéndose de los medios de comunicación. Casi un siglo los separa, los medios que usaron fueron distintos y sus vidas también; pero la pasión por comunicar la Buena Noticia, esa que inflamó el corazón juvenil de cada uno, los hermana y nos interpela, incluso a los que ya les llevamos unos cuantos años.

Mayorino nació en el pequeño pueblo de Benevello; Carlos, por cuestiones laborales de la familia, nació en la cosmopolita Londres. La niñez de ambos fue también distinta: el primero era monaguillo y ayudaba en los trabajos de la familia; el otro, desde los 7 años, cuando hizo su primera comunión, comenzó a acudir a la parroquia con su familia. Mayorino era el líder entre sus compañeritos; Carlos se destacaba por su inteligencia admirable, además de su capacidad de hacer amistad. Ya desde niños, ambos mostraron un amor preferencial por Jesús, por querer estar con él. La adolescencia les haría asumir sus propios caminos.

Mientras que, en Milán, Acutis se adiestraba en el manejo de la Informática y la web; Mayorino se entusiasmó con el proyecto del Padre Alberione y a los 12 años ingresó a la naciente Sociedad de San Pablo en Alba, cuyos inicios fueron muy humildes, abandonados en la Providencia. Carlos se dedicó a la programación, diseño y difusión de páginas web, para propagar la devoción eucarística y mariana; mientras que, en la Escuela Tipográfica, Mayorino trabajaba en la imprenta, para imprimir las hojitas dominicales, para que a todos llegue la Palabra de Dios. Al finalizar sus jornadas, ambos se encontraban con el amigo Jesús, en la oración: “Todo lo hago por el Evangelio” (1Co 9, 23).

¿Cuál era el motivo de tanta entrega? Jesús mismo. Ambos, teniendo los pies bien puestos en la tierra, miraban al cielo. Carlos lo comprendió bien, al decir: “Nuestra meta debe ser el infinito, no el finito. El Infinito es nuestra Patria. Desde siempre el Cielo nos espera”. Mayorino, ya aspirante paulino, siendo consciente de sus fragilidades, afirmaba con humildad al Fundador: “Con ayuda de Dios y bajo la protección de san Pablo, quiero consagrar mi vida entera al apostolado de la prensa”, y con ello, la frase programática para su vida paulina: “Progresar un poquito cada día”.

A ambos los sorprendió la enfermedad y la muerte a corta edad: Mayorino va a la Casa del Padre a los 14 años; Carlos, a los 15. Durante el tránsito de la enfermedad, ambos ofrecieron sus vidas por la Iglesia, por el anuncio del Evangelio. La fama de santidad de ambos no se hizo esperar; por ello, los que los conocieron o escucharon hablar de ellos, hoy los presentan a la Iglesia, como primicias de santidad, modelos de nuevas formas de anuncio del Evangelio… ¡Y son dos muchachines!

Pequeño apóstol de la Prensa uno; Ciberapóstol de la Eucaristía el otro; ambos hermanados por el anuncio alegre de la Buena Nueva. Hoy interceden por los jóvenes, y animan a aquellos que están discerniendo qué hacer con su vida y a quienes inician un camino vocacional. Ambos nos interpelan, nos obligan a renovar la sangre de comunicadores. Por un lado, Carlos nos advierte que: “Todos nacen como originales, pero muchos mueren como fotocopias”; mientras que nuestro Mayorino nos motiva, y con él, le decimos a Jesús y a Alberione: “Si ustedes me dicen que yo puedo, aquí estoy”.

 

* José Miguel Villaverde Salazar é clérigo temporal de la Provicia Argentina-Chile-Paraguay.

 

 

 

 

 

Non capire bene la tradizionale immagine delle “quattro ruote” può portare a delle inaccettabili e pericolose semplificazioni del pensiero del Fondatore. Secondo me, alla frammentazione della vita paolina, all’insoddisfazione di molte persone e alla infecondità apostolica, contribuiscono parecchio alcuni equivoci di base.

Per esempio, nell’ambito della missione, non si può confondere l’apostolato con il semplice lavoro: è chiaro che la missione esige il lavoro, e tanto lavoro, ma non si possono identificare: il lavoro non è automaticamente missione: i malati, gli anziani, realizzano un prezioso apostolato, e non lavorano; e viceversa, si può lavorare molto e non fare apostolato… Se si è veri apostoli, tutto ciò che facciamo, viviamo e siamo diventa missione, apostolato.

La stessa cosa può accadere quando si identifica la formazione con i titoli accademici o la curiosità nel seguire l’ultimo nei mezzi di comunicazione sociale. Diceva il Fondatore nel 1968: “L’apostolato nostro richiede la scienza. Prima la scienza comune, poi la scienza dei mezzi di comunicazione… Il Signore, però, soprattutto ci chiede che ad usare questi mezzi ci sia un gruppo di santi…”.

Si potrebbe pensare che il buon religioso sia colui che è fedelissimo ai voti o agli impegni comunitari. Una osservanza “perfetta” dei voti o una fedelissima vita comunitaria, possono diventare un semplice modo di “sentirsi bene”, ma essere poi completamente inutili in vista della missione, se manca lo spirito apostolico e l’entusiasmo per “uscire” a evangelizzare.

Ugualmente, una preghiera, pur abbondante e profonda, a nulla servirebbe se non apre e spinge alla missione.

Ritengo però particolarmente pericolosa la confusione della “pietà” (la vita di preghiera) con la spiritualità: spesso quando si parla di spiritualità si pensa subito alla pietà… La spiritualità non è spiritualismo, è l’anima di tutto ciò che siamo, viviamo e facciamo: tutto, non solo la preghiera, è sostenuto, caratterizzato dalla spiritualità (il Fondatore parlava spesso del “colore paolino”). A mio avviso stiamo soffrendo un po’ gli effetti di questa confusione da quando nel programma di un capitolo generale si sono unite “spiritualità e comunità”. Si inizia dall’apostolato, e poi viene collocata la vita comunitaria-spiritualità. I successivi capitoli generali e circoscrizionali, le linee programmatiche, ecc. hanno seguito lo stesso schema. E qui sorgono alcuni rischi:

  • ­Il primo: applicare la spiritualità soltanto alla vita comunitaria, come se lo studio, l’apostolato e la stessa preghiera non avessero bisogno di spiritualità.
  • Il secondo: pensare che parlando di spiritualità sia risolto il tema della “pietà”. Così la spiritualità è considerata fine a se stessa e il tema della preghiera diventa quasi tabù… Basta guardare i documenti degli ultimi tempi: la vita di preghiera si dà per scontata, non se ne parla, o al massimo lo si fa in modo vago, generico; si dice ad esempio che la comunità ha il suo centro nella Parola e nell’Eucaristia, è evidente, ma non si aiuta a capire come questo può diventare vita nelle persone e nelle comunità. Si fanno documenti e si trovano suggerimenti e consigli per le altre dimensioni, ma non per questa...

Essere fedeli alla vocazione alla santità, per noi vuol dire capire e vivere il carisma nella sua identità integrale. Scriveva don Silvio Sassi nel 2011 che nella vocazione paolina l’essere santi mediante la vita religiosa (consacrazione e vita comunitaria) ed essere evangelizzatori con la professionalità nella comunicazione non si sommano, ma si fondono in unità... In altre parole: la santità paolina consiste nel vivere e condividere l’esperienza integrale di Cristo, avendo come modello san Paolo, per essere capaci di tradurre la propria fede in una testimonianza offerta con tutti i linguaggi e le forme di comunicazione.

 

Don José Antonio Pérez, sacerdote paolino spagnolo, è membro del Centro Internazionale  Spiritualità Paolina

La sezione "In Dialogo" vuole essere uno spazio di formazione, dialogo e interazione tra i membri della Famiglia Paolina di tutto il mondo. Invitiamo, quindi, tutti voi a commentare gli articoli qui pubblicati e anche, per chi se la sente, a inviare un testo da pubblicare. Questi contributi saranno sempre benvenuti per arricchire il nostro... dialogo!

 

San Giuseppe non ha mai imposto la sua presenza a nessuno. Non ha detto una sola parola nella Bibbia e, come dice il Beato Giacomo Alberione, per quattordici secoli anche nella Chiesa non gli fu data molta attenzione. Fu solo nel 1474 che papa Sisto IV approvò il formulario della messa per San Giuseppe e nel 1481 introdusse la sua festa liturgica. E sebbene oggi lo Sposo di Maria sia venerato dal culto universale, lui rimane ancora discreto, non oscura la gloria di Gesù e Maria.

San Giuseppe partecipa alla vita della Famiglia Paolina in modo simile. Nel centro della nostra spiritualità e vita paolina sta il Divino Maestro, Maria Regina degli Apostoli e San Paolo, ma san Giuseppe, sempre fedele, veglia nelle vicinanze. Protegge tutta la Chiesa, ma protegge anche la vita di Gesù, quando è minacciata in noi. Furono lui e Maria a creare la scuola di Nazaret dove un tempo "Gesù cresceva in sapienza, in età e in grazia, davanti a Dio e davanti agli uomini" (Lc 2,52). Oggi, la scuola di Nazaret è iscritta nel processo di cristificazione di ogni membro della Famiglia Paolina e di ogni cristiano. San Giuseppe è anche un esempio di comunicazione – tranquilla ma efficace con Dio e suo Figlio. Ascoltava Dio e rispondeva a Lui con passione creativa non con parole, ma con azioni. I Discepoli del Divin Maestro considerano San Giuseppe come loro modello, e i membri dell'Istituto della Santa Famiglia lo onorano come esempio di uomo, marito e padre, oltre che come il protettore delle famiglie.

Scritti e discorsi del Beato Giacomo Alberione contengono molti riferimenti a San Giuseppe. Dai termini che vi troviamo, possiamo formare una litania che illustra le virtù dello Sposo di Maria, particolarmente apprezzate dal Fondatore. 

San Giuseppe, vero sposo di Maria Vergine,
padre putativo e custode di Gesù Cristo,
docile strumento nelle mani del Padre celeste,
capo della sacra Famiglia,
capo dei santi, dopo la Vergine Maria.

San Giuseppe, protettore della Sacra Famiglia,
protettore della Chiesa Universale,
protettore del Concilio Vaticano II,
protettore dei Discepoli del Divin Maestro
protettore dei morenti.

San Giuseppe, cooperatore della redenzione,
guida della Famiglia sacra,
intercessore delle famiglie, perché siano veramente cristiane,
insegnante della vera devozione a Maria Madre, Maestra e Regina,
insegnante della docilità.

San Giuseppe, modello di ogni virtù,
modello dei lavoratori,
amico dei poveri,
consolatore dei sofferenti ed emigrati.

San Giuseppe, Santo della Providenza,
Santo della volontà di Dio,
Santo degli umili,
Santo del silenzio,
Santo laborioso. 

Il beato Giacomo Alberione vede in San Giuseppe il patrono universale, l’uomo della Provvidenza, al quale ogni uomo può chiedere qualsiasi grazia. Questo per noi significa che a San Giuseppe possiamo chiedere ogni tipo di aiuto e di accompagnarci nella formazione integrale paolina.

Nella conferenza, che il Fondatore diede in data 15 marzo 1962 alla comunità delle suore pastorelle di Albano Laziale, risuonava in particolare la grazia della perseveranza. ”Che cosa chiederemo a San Giuseppe? Memoria per ricordare, intelligenza per capire; provvidenza, delicatezza di coscienza, prudenza e perseveranza per tutti coloro che han fatto i voti. Quando si fa la professione, si fa anche la firma nel registro di aver emesso i voti: lì è il biglietto del paradiso. Il biglietto si può anche perdere o stracciare, ma vi sono quelli che lo presentano pulito e bianco. Si promette il premio a chi comincia, ma si dà solo a chi persevera!”

 

* Bogusław Zeman, sacerdote paolino polacco, è il Direttore del Centro Internazionale Spiritualità Paolina

 

 

Devo confessare che in un primo momento, dopo una lettura veloce e superficiale del messaggio per la Giornata delle comunicazione di quest’anno, sono rimasto un può deluso, perché mi sembrava un contenuto che non dava continuità al percorso fatto dalla Chiesa riguardo alla comunicazione, specialmente riguardo alla comunicazione digitale in rete. In altre parole, quest’ultimo messaggio non mi sembrava dare continuità ai messaggi di Benedetto XVI e ai primi messaggi dello stesso papa Francesco, che si sono espressi sempre con una visione positiva delle rete e invitando a una presenza attiva sui social. Da una prima lettura mi è sembrato, quindi, un discorso un po’ distante anche dalla visione odierna di comunicazione, che diventa una vera e propria condizione abitativa, e di concetti come società in rete e onlife, questo neologismo che indica l’inseparabilità tra online e offline, la fusione tra analogico e digitale, tra presenziale e virtuale, il superamento del dualismo digitale.

Quando, poi, ho cercato di approfondire il messaggio e capire qual è la vera intenzione di papa Francesco, ho trovato invece una grande coerenza tra questo messaggio e il suo magistero, specialmente riguardo all’insistenza per una Chiesa in uscita, per una cultura dell’incontro e delle relazioni, per una comunicazione umana e relazionale al posto di una comunicazione strumentale e tecnica. Ho capito che il Papa ci vuole condurre a un salto qualitativo nella compressione della comunicazione, liberandola da aggettivi come “sociale” e “massmediale” per riprendere il suo senso e concetto originale come relazione e comunione.

La prima cosa da tenere in mente per capire il messaggio di quest’anno è che una community è qualcosa di diverso da una comunità. Infatti dall’annuncio del tema alla pubblicazione del messaggio il titolo è cambiato per sottolineare questa differenza. In alcune traduzioni c’è ancora più enfasi su questo elemento. In un primo momento è stato annunciato il titolo semplicemente come: “Dalle community alle comunità.” Il titolo attuale è: “Dalle social network communities alla comunità umana”. Sono sicuro che per il Papa il primo titolo era sufficiente, perché le reti sociali non sono propriamente comunità. Però per evitare qualsiasi confusione si è preferito specificare.

Ricordo una conferenza del grande sociologo Zygmunt Bauman esattamente su questo tema. Secondo lui, la comunità precede la persona, una persona nasce “nella” comunità, come parte della comunità; mentre una rete sociale (network) è creata e mantenuta da due azione precise: connecting e disconnecting. La grande attrazione di una rete sociale è la facilità di connettersi, ma soprattutto di disconnettersi. Non c’è nessuna fatica, nessuna rottura, nessuna tristezza nel rompere una relazione, una cosiddetta “amicizia”. Basta un click. Cosa molto diversa succede in una comunità. Questo significa che in una rete sociale non esiste vera connessione, vera relazione, vera comunione tra le persone. Il Papa vuole che riflettiamo su questo. Vuole aiutarci a capire la logica che sta dietro alle reti sociali, così diffuse e coinvolgenti. Una logica che ci porta all’incontro di tantissime realtà e persone, ma che allo stesso tempo può portarci alla solitudine, all’indifferenza, al pregiudizio, all’esclusione, all’isolamento, all’individualismo, al cyberbullismo, ecc.

Il focus nella comunità intesa da Francesco come rete solidale (e non soltanto sociale) ci collega immediatamente alla centralità dell’ascolto e del dialogo, concetti molto cari a lui, veri assi portanti del suo magistero, che si ripetono in diversi momenti del messaggio. Gli algoritmi utilizzati per muovere le reti sociali frequentemente ci portano a quello che il filosofo Byung-Chul Han chiama “L’espulsione dell’Altro”. In un piccolo ma denso libro, Han spiega i meccanismi che ci portano sempre di più ad avvicinarci all’uguale e ad allontanarci dal diverso, a vedere il diverso come un nemico, una minaccia (ad esempio il migrante/profugo oggi in Europa). Escludere l’altro significa allontanarsi dal prossimo, ma un sé stabile nasce solo nel confronto con l’altro. L’eccessivo e narcisistico riferimento a sé genera un sentimento di vuoto. Ecco le parole di Han: “Oggi perdiamo sempre più la capacità di ascoltare l’altro. La crescente focalizzazione sull’ego e la “narcisizzazione” della società rendono più difficile l’esercizio dell’ascolto. (…) L’ascolto invita l’atro a parlare, apre a lui lo spazio per la sua alterità. L’ascolto è un spazio di risonanza per il libero esprimersi dell’altro. L’ascolto può così essere terapeutico. (…) Senza la presenza dell’altro la comunicazione si trasforma in uno scambio accelerato di informazioni, essa non stabilisce relazioni, ma solo connessioni.” (Han, p. 31 e 91). Il messaggio del Papa ci ricorda lo stesso concetto con altre parole, affermando che diventiamo “persona” soltanto nel confronto e nella relazione con l’altro (“rivolto verso l’altro, coinvolto con gli altri”). Nel caso contrario rimaniamo semplici “individui”: “per essere me stesso ho bisogno dell’altro. Sono veramente umano, veramente personale, solo se mi relaziono agli altri” (Francesco). Solo in relazione e comunione.

Con il messaggio di quest’anno il Papa ci mette in guardia dai pericoli di una comunicazione semplicemente strumentale, una semplice “connessione” che elimina le vere “relazioni”. La comunità esiste soltanto quando basata sull’ascolto, il dialogo e la relazione. Così ci ricorda il messaggio: “Una comunità è tanto più forte quanto più è coesa e solidale, animata da sentimenti di fiducia e persegue obiettivi condivisi. La comunità come rete solidale richiede l’ascolto reciproco e il dialogo, basato sull’uso responsabile del linguaggio” (Francesco).

La rete è un’occasione per promuovere l’incontro con gli altri” riconosce il Papa… ma questo non è un processo naturale e immediato. Dobbiamo lavorare su questo passaggio dalle communities alle comunità, per non lasciare che i veri legami e le relazioni si decompongano, come i byte di un archivio digitale danneggiato. Non possiamo fermarci alle rete sociali, ma a partire da queste, cioè approfittando delle opportunità e degli strumenti che esse ci offrono, promuovere vere comunità umane. Promuovere, in altre parole, un salto qualitativo nelle nostre relazioni e comunicazioni, cercando di vivere la complementarietà tra online e offline, tra presenziale e virtuale, senza schizofrenia.

E qui facciamo un passaggio significativo nella lettura del messaggio. Dopo aver riflettuto sulle metafore della rete e della comunità, il Papa ci introduce al concetto di “corpo”, ricorrendo a uno dei più grandi esperti in comunità e comunicazione: San Paolo. Le strategie di Paolo possono illuminarci molto in questo momento storico (ad esempio: il modo con cui lui ascoltava, accoglieva e si faceva accogliere, il suo zelo e autenticità, il multiculturalismo e la multimedialità, la sua rete di collaboratori, ecc.). Infatti l’Apostolo ha creato e sostenuto tantissime comunità. Ha creato una vera rete di comunità, con premurosa complementarietà tra il presenziale e il virtuale (attraverso le sue lettere). Ha utilizzato alla perfezione la virtualità per farsi presente nelle comunità, per ascoltare le comunità, essere in dialogo con loro, e così mantenere l’unità e la coesione. Ha costruito una vera e profonda rete di collaborazione e di solidarietà (concretamente la colletta per i poveri di Gerusalemme). Al contrario degli algoritmi attuali, San Paolo ha cercato di valorizzare l’alterità e la differenza per promuovere la comunione intorno a Cristo e al Suo Vangelo. La discussione con Pietro a Gerusalemme e la sua missione tra i pagani ne sono esempi chiari.

Efesini 4, Romani 12, 1Corinzi 12 e altri passi ancora ci ricordano che siamo molto diversi tra di noi, ma che tutti insieme formiamo un solo corpo, una sola comunità. La coscienza delle differenze e che siamo parte di un unico corpo ci fa uscire della nostra autoreferenzialità e ci fa andare incontro all’altro, accogliere l’altro, il diverso… Ci porta a nuove forme di relazioni: senza pregiudizi, senza limiti, senza condizioni… “Ci porta a riflettere sulla nostra identità” (Francesco), la nostra identità come essere-in-relazione. In genere siamo più abituati a “parlare” (logica del pulpito – in modo impositivo, gerarchico) ai destinatari che ad “ascoltarli” (logica dell’agorà/areopago – più orizzontale e sinodale). Di qui l’importanza di impegnarci in una conversione di attitudine per promuovere momenti e strumenti che creino legami e favoriscano relazioni e la creazione di vera comunità, punto di partenza per offrire la verità (=contenuti di qualità) alle persone. Le “relazioni” diventano così punto chiave della pratica comunicativa e della “nuova” evangelizzazione. Quanto più riusciamo a comunicare tra di noi, più ci avviciniamo, più ci conosciamo, più ci amiamo (sull’esempio della Trinità), più corrispondiamo al progetto di Dio per l’umanità.

La rete in questo senso non è in opposizione alle comunità. Anche le reti digitali sono umane, perché composte di persone e perché favoriscono l’incontro con e tra le persone. La sfida è trasformare queste “potenziali comunità” in “vere comunità”. Ricordiamo che l’origine del termine virtuale viene dal latino virtus (significa capacità, forza, che esiste come potenzialità), pertanto non è in opposizione a “reale” ma piuttosto a “attuale” o “presenziale”. Questo per dire che una comunità virtuale ha la potenzialità per diventare una comunità presenziale, questo è il suo scopo.

Nel presente messaggio il Papa ci invita e ci provoca, specialmente a noi paolini e paoline, ad essere i promotori, gli agenti, i protagonisti di questo cambio o evoluzione: “Il contesto attuale chiama tutti noi a investire sulle relazioni, ad affermare anche nella rete e attraverso la rete il carattere interpersonale della nostra umanità” (Francesco). Ci invita ad abitare (e non soltanto ad usare) la rete con autenticità e coerenza, cercando di cambiare le communities in vere comunità relazionali umane, e non viverle soltanto in modo tecnico-strumentale. Questo significa lasciare “la rete di fili” per promuovere la “rete di persone”. Significa edificare nuove forme di comunità in rete – in questo senso ci offre 4 esempi concreti: se… se… se… se... Infine, il messaggio ci invita ad essere guidati dall’“amen”, che genera comunione e unità, e non dai “like”, che portano alla competizione e al narcisismo. Adesso è molto chiara la continuità con i messaggi precedenti.


* Darlei Zanon, discepolo paolino, è consigliere generale.

Alcuni giorni fa, il Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione ha organizzato un incontro di riflessione sulla Parola di Dio. L’obiettivo dell’incontro era triplice: valutare l’affermarsi della Domenica della Parola negli ultimi due anni; focalizzare un punto prioritario di lavoro nel servizio alla Parola; individuare vie e modalità adeguate per stimolare e aiutare le conferenze episcopali a dedicare la giusta attenzione alla Scrittura.

Ha fatto da sfondo una convinzione, già espressa da Papa Francesco nel 2015, in occasione dell’Udienza concessa ai membri della Federazione Biblica Cattolica (che proprio quest’anno celebra il suo 50° anno di vita): «La mancanza del sostegno e del vigore della Parola conduce ad un indebolimento delle comunità cristiane di antica tradizione e frena la crescita spirituale e il fervore missionario delle Chiese giovani. Noi tutti siamo responsabili se “il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere il profumo del Vangelo” (Evangelii Gaudium, 39). Pertanto, resta valido l’invito ad un particolare impegno pastorale per far emergere il posto centrale della Parola di Dio nella vita ecclesiale, favorendo l’animazione biblica dell’intera pastorale. Dobbiamo far sì che nelle abituali attività di tutte le comunità cristiane, nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti, si abbia realmente a cuore l’incontro personale con Cristo che si comunica a noi nella sua Parola, perché, come ci insegna san Girolamo, l’“ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”» (Dei Verbum, 25).

Durante l’incontro, le questioni sono state affrontate con schiettezza lasciando emergere due raccomandazioni: a) dare maggiore visibilità alla Domenica della Parola, facendo di essa un’occasione preziosa per promuovere la familiarità con la Bibbia; b) investire più energie nella formazione al fine di “guarire” l’ignoranza sulla Scrittura. Con una certa decisione è stata sottolineata la necessità di istituire corsi di formazione biblica online, accreditati e riconosciuti, che diano l’accesso a persone di diverse aree linguistiche a un primo approfondimento della Scrittura. Si è ipotizzata una piattaforma web unica, in cui sia possibile accedere ai corsi biblici nelle principali lingue (inglese, spagnolo, portoghese, francese, italiano). Si è fatto notare che alcune nostre Circoscrizioni sono già operative in questo settore (vedi http://cursos.aulasanpablo.com/) ed è risultato particolarmente apprezzato quanto viene fatto dai nostri fratelli in Colombia.

La sfida è “nostra”, il campo aperto e, per certi aspetti, ancora libero. Lo Spirito che ha spinto l’Apostolo Paolo ci ispiri le giuste scelte creative e operative.

 

*Giacomo Perego, sacerdote paolino italiano, è il Coordinatore internazionale del Centro Biblico San Paolo.

 

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